Il nuovo lavoro e l'inizio della «Uman Era»

Molti lavori scompariranno nell'arco dei prossimi 5 anni. Ma la vera differenza la farà l'uomo e la sua capacità di evolversi

Il nuovo lavoro e l'inizio della «Uman Era»
Il nuovo lavoro e l'inizio della «Uman Era» (Shutterstock.com)

MILANO - Mentre le organizzazioni ripensano i loro modelli di business, la riprogettazione dei lavori per sfruttare le potenzialità della tecnologia e adattarsi a un mondo in rapido al cambiamento - è chiaro che non può avere successo senza fare delle persone una priorità.

Cioè, le persone sono al centro di ogni organizzazione e anche al centro della tecnologia. Con l’intelligenza artificiale infusa nel nostro lavoro, abbiamo bisogno di persone altamente qualificate per massimizzare i benefici della digitalizzazione. Il talento umano, piuttosto che il capitale e la tecnologia, è la chiave, il fattore di collegamento tra innovazione, competitività e crescita nel 21° secolo. Gli scenari più apocalittici (e stupidi, ndr.) ci vedono contrapposti a bracci robotici che ci sostituiscono nei magazzini oppure a software che analizzano cartelle cliniche o scrivono un testo elaborato al posto nostro. Per alcuni è uno scenario drammatico, per altri si tratta dell’inizio di una nuova era, quella umana.

Di sicuro molti lavori andranno persi. Ma secondo il Global Talent Trends Study 2018, è in qualche modo l’uomo a richiedere un cambiamento. Ora abbraccia la rivoluzione, padroneggia le tecnologie ed è in continua evoluzione. In cambio di questo impegno professionale, però, il lavoratore vuole flessibilità, vivere esperienze uniche ed essere supportato dalla tecnologia.

In tutto questo complesso meccanismo, ciò che l’azienda deve fare è imparare a ridistribuire i talenti e promuovere l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita lavorativa dei dipendenti. La chiave di volta? Incorporare la capacità di cambiare velocità nel lavoro di oggi e di domani, che saranno completamente differenti. Soprattutto per aumentare l’efficienza, a fronte di un’automazione sempre più intransigente.

In questa rivoluzione - che non è tanto digitale quanto umana - l’Italia resta indietro (ce lo aspettavamo, ndr.). La maggior parte dei manager prevede che almeno un ruolo su cinque, nei prossimi 5 anni, cesserà di esistere. Un dato tra i più alti a livello globale, di gran lunga superiore rispetto al 53% medio. Nonostante i timori legati all’automazione, le imprese del nostro paese non si stanno muovendo abbastanza in fretta per ammortizzare i rischi che questa previsione comporta, per tutelare se stesse e i propri dipendenti. Solo il 31% delle aziende italiane sta aumentando l’accesso ai corsi di apprendimento online (il 9% in meno rispetto alla media globale) e ancora meno (il 17%) sta promuovendo attivamente la rotazione tra ruoli all’interno dell’azienda (anche qui la percentuale è di 9 punti sotto la media complessiva).

«A mio parere – spiega Silvia Vanini, partner deputy career leader di Mercer – in Italia la sfida per il capitale umano portata dall’industria 4.0 si incontra con le peculiarità del business model, caratterizzato da componenti a elevata artigianalità e del tessuto produttivo nazionale. A nostro parere, come per altri momenti di discontinuità, è proprio in queste fasi iniziali che si sta tracciando uno spartiacque tra le realtà più proattive e le altre, laddove solo le prime si stanno attrezzando per gli impatti organizzativi del cambiamento». In poche parole, ce la fanno i grandi, mentre le piccole medie imprese arrancano, ancora troppo legate a logiche di impresa familiare, locale e con una gerarchia da rispettare negli anni.

A confermare la dualità del nostro ecosistema e un’Italia perennemente frastagliata, lo stesso report cita come caso di successo Enel. La multinazionale italiana dell’energia è impegnata a favore di un'innovazione aperta e sostenibile. Piuttosto che limitare l'innovazione a un'attività interna di ricerca e sviluppo, l’azienda ha sfruttato l’intera forza lavoro e l’ecosistema esterno per sviluppare più rapidamente nuove idee e in modo efficiente, cogliendo l'innovazione dove avviene. All'interno dell'azienda, i membri dell'innovazione e il team per la sostenibilità siede all'interno delle unità operative piuttosto che in un reparto isolato favorendo un approccio di open innovation. ENEL raccoglie, inoltre, soluzioni aziendali attraverso i suoi centri di innovazione permettendole di mantenere stretti rapporti con le startup più innovative.

Sicuramente ci si dirigerà anche nel mondo del lavoro, verso un’economia della piattaforma. Il concetto di piattaforma ha, di fatto, rivoluzionato completamente il nostro modo di ottenere le cose, qualsiasi cosa. Dal taxi a un piatto di pasta in ufficio. L'economia della piattaforma ha rivisistato il nostro modo di vivere e suscita aspettative su ciò che è possibile fare sul posto di lavoro, dalla condivisione dei talenti alla democratizzazione di opportunità. Non c'è da stupirsi che si stia pensando a questa strategia come prossimo salto nella gestione dei talenti. In questo modo l'organizzazione non è più una gerarchia di dipendenti. E’, invece, una piattaforma intelligente che corrisponde l'offerta di competenze con la domanda di lavoro, massimizzando al tempo stesso le risorse umane.