13 dicembre 2018
Aggiornato 10:44

Potete sapere tutto su una bottiglia di vino, con la blockchain

La blockchain permette di conoscere l’intera filiera di produzione della bottiglia di vino, dalla vite all’imbottigliamento
Potete sapere tutto su una bottiglia di vino, con la blockchain
Potete sapere tutto su una bottiglia di vino, con la blockchain (Shutterstock.com)

TORINO - Siamo in Italia, territorio che - con le sue dolci colline - è da sempre la patria del vino di qualità. Dal Barolo al Chianti, dal Gewurztraminer al Passito di Pantelleria. Questa volta siamo in Italia anche quando si parla di tecnologia, nonostante il nostro risaputo ritardo. Sono italiani i primi utilizzatori della tecnologia blockchain per il tracciamento del vino, dalla vite alla bottiglia. La soluzione, ideata da Dnv Gl è stata implementata in quattro cantine che producono tra i più importanti vini italiani: dai rossi piemontesi Michele Chiarlo (che produce anche i bianchi di Gavi) alle bollicine Ricci Curbastro della Franciacorta; dai toscani di Ruffino ai pugliesi di Torrevento.

La blockchain permette di conoscere l’intera filiera di produzione della bottiglia di vino, dalla vite all’imbottigliamento, seguendo l’acino d’uva lungo tutto il percorso di produzione. La blockchain è, infatti, una tecnologia rivoluzionaria che - negli ultimi mesi - ha raccolto i maggiori consensi soprattutto come soluzione alla contraffazione dei prodotti. Nello specifico la blockchain è un modo per archiviare e condividere le informazioni attraverso una rete di utenti in uno spazio virtuale aperto. La tecnologia consente agli utenti di guardare tutte le transazioni contemporaneamente e in tempo reale. Questo, nell’industria alimentare, ha - chiaramente - un potenziale enorme.

In questo modo, attraverso un semplice QR-code sull’etichetta, il consumatore potrà conoscere tutti i dettagli della bottiglia di vino che si accinge ad acquistare. Potrebbe, ad esempio, scoprire che la vite è stata coltivata a ridosso di una strada trafficata oppure in che tipo di botti è avvenuto l’invecchiamento del vino. Tutte le informazioni registrate lungo la filiera alimentare sono verificate da Dvn Gl. In questo modo sia i clienti che gli attori intermedi del processo produttivo potranno fare affidamento su dati verificati da una terza parte indipendente, mentre la blockchain garantisce l’autenticità delle certificazioni a dimostrazione che la tecnologia è utile non solo per le transazioni finanziarie, ma anche per un corretto scambio delle informazioni.

Del resto le attuali pratiche industriali sono molto più aperte agli errori umani. Gran parte dei dati relativi alla conformità sono verificati da terzi e memorizzati su carta o in un database centralizzato. Queste banche dati sono altamente vulnerabili alle imprecisioni informative, all'hacking, agli elevati costi operativi e agli errori intenzionali motivati dalla corruzione e da comportamenti fraudolenti. Con il blockchain, gli errori sarebbero riconducibili ai singoli colpevoli. Alla luce dei recenti scandali di frode alimentare, questa caratteristica non è per nulla banale.

L’innovazione di Dnv Gl è stata, infatti, accolta molto bene anche da Federdoc (Confederazione Nazionale dei Consorzi volontari per la tutela delle denominazioni dei vini), che rappresenta il 70% della produzione vitivinicola italiana e che considera «My Story» (è il nome della soluzione sviluppata da Dnv Gl, ndr.) un’operazione interessante, a vantaggio del consumatore finale. Il progetto vede, inoltre, il coinvolgimento diretto anche di Valoritalia (società leader in Italia nelle attività di Controllo sui vini DOCG e IGT), che mette a disposizione i dati acquisiti durante le proprie attività di ispezione.

La tecnologia, peraltro, potrebbe aiutare il vino italiano ad avere anche una maggiore espansione digitale. Malgrado il 2017 sia stato un anno da record, con un export pari a 6 miliardi di euro, il nostro vino fa fatica a trovarsi sui principali e-commerce internazionali. Negli Usa, il vino italiano rappresenta solo l’1% dell’offerta complessiva, in Gran Bretagna il 2% e in Germania il 13%. E, ricordiamo, questi sono tra i Paesi che importano più vino dai nostri produttori locali e che potrebbero incrementare i loro affari online, se ne avessero l'opportunità.