7 dicembre 2019
Aggiornato 22:00
fake news

Sappiamo di condividere fake news (ma lo facciamo comunque)

Siamo inondati dalla fake news, ma le condividiamo noi. E non l'intelligenza artificiale

Sappiamo di condividere fake news
Sappiamo di condividere fake news Shutterstock

MILANO - Le fake news sono più nuove delle notizie vere, e questo può essere il motivo per cui condividiamo il falso molto più velocemente e più ampiamente. Le fake news includono sorpresa, paura e disgusto. Le notizie vere, invece, tendono ad essere accolte con tristezza, gioia, attesa e fiducia. È più probabile che gli esseri umani siano responsabili della diffusione di notizie false rispetto ai processi automatizzati. Ad esempio. Semplicemente perché condividere fake news è più facile, immediato, istintivo. E, al netto delle abitudini, siamo fatti di stimoli sensoriali.

E questo è solo un punto di partenza (relativo a uno studio pubblicato su Science lo scorso marzo da parte dei ricercatori del MIT) per spiegare perchè siamo inondati da notizie infondate, il primo vero fenomeno negativo che ha minato la stabilità dei social network prima dello scoppio dello scandalo datagate. Fenomeni, entrambi, che stanno contribuendo a forgiare una vera e propria folla di startup legate al diritto digitale, più comunemente definite «legatech». Nuove imprese che cercano di sciogliere il bandolo della matassa, quando si tratta di situazionI non ancora normate dal diritto, come le fake news oppure la compravendita dei dati ricavati dai profili degli utenti. Un report di Cb Insights ha evidenziato un totale di quasi 5 miliardi di investimenti venture capital dal 2013 all’anno scorso per questo nuovo settore. Si è partiti da poco meno di 560 milioni di dollari e 87 accordi nel 2013 per salire, nei primi nove mesi del 2017, a quasi 900 milioni di dollari e oltre 100 accordi.

Alcune di queste startup, peraltro, abbozzano anche delle ricerche, per far meglio comprendere il fenomeno. Come Legalizer, startup definita legaltech attiva nella certificazione/legalizzazione del web. I numeri ricavati da questa ricerca sarebbero allarmanti: il 47% di chi naviga in rete ha incontrato «spesso» o «talvolta» notizie che in seguito si sono rivelate false. L’altro dato su cui riflettere è che il 22% degli italiani ha condiviso (e quindi diffuso) in Rete notizie poi smascherate come «bufale». Elemento che testimonia il «concorso di colpa» nella diffusione di fake news fra produttori e utenza, più o meno consapevole. E’ anche vero che il 72% degli italiani si dichiara in grado di riconoscere una bufala.

La maggior parte delle bufale, sempre secondo la ricerca, sarebbero quelle legate alla politica (23%), seguite da quelle relative alla salute (19%) e successivamente VIP e start in genere (15%). Social e web si spartiscono abbastanza equamente il primato nella diffusione delle notizie false: 47% Vs 43%. Ed infatti gli italiani dimostrano di provare fiducia verso i media tradizionali nel 65% dei casi mentre la fiducia per i social precipita sotto il 17%. Tra i social, i veicoli preferiti dagli spacciatori di falsi sono Facebook e Twitter, che monopolizzano quasi interamente l’attenzione: 39% contro 50%. Una ricerca americana (MIT, comparsa su Science) ha in effetti confermato recentemente che una fake news ha il 70% di possibilità di essere retwittata.  Per il 91% degli italiani le fake news «sono un problema», in grado addirittura di minare le basi democratiche del sistema.

Mentre le startup propongono nuove soluzioni, i ricercatori del MIT spiegano come si trattI piuttosto di un fenomeno sociale che dipende dagli uomini stessi. Gli scienziati sono, infatti, partiti da una cascata di voci. Una cascata inizia con un utente Twitter che fa un'affermazione su un argomento - con parole, immagini o link - e continua in una catena ininterrotta di retweet. I ricercatori hanno analizzato le cascate di notizie secondo cui sei organizzazioni di controllo dei fatti erano d'accordo sul fatto che fossero vere o che fossero false. Lo studio ha rilevato che «la falsità si diffondeva molto più lontano, più velocemente, più profondamente e più ampiamente della verità in tutte le categorie di informazioni». Le false notizie politiche hanno raggiunto più persone più velocemente e sono andate più in profondità nelle loro reti di qualsiasi altra categoria di informazioni false. A che conclusione sono arrivati? Che non sono stati dei bot a ricondividere quelle informazioni, ma uomini.

Startup, fake news e uomini si alimentano a vicenda, insieme a bot ed intelligenza artificiale, alcuni forgiati per risolvere i problemi, altri per aumentarne la portata. Come in una lotta preistorica tra bene e male. A perderci, però, è la conoscenza umana. E, come nel caso datagate, la democrazia.