24 giugno 2017
Aggiornato 22:46
non si investe abbastanza in ICT

Se non investi in digitale non potrai mai sapere quanti vantaggi ti darà

Le aziende che hanno una visione imprenditoriale sono molto più attente alla digital trasformation: di fatto, chi percepisce davvero i vantaggi della digitalizzazione sono solo le aziende che già investono in tecnologie digitali

Se non investi in digitale non potrai mai sapere quanti vantaggi ti darà
Se non investi in digitale non potrai mai sapere quanti vantaggi ti darà (Shutterstock.com)

MILANO - Partiamo da un dato molto significativo, nel settore vitivinicolo che, si sa, rappresenta l’Italia anche oltre Oceano: il 77,3% delle aziende non ha fatto investimenti a valore in tecnologie ICT, o ne ha fatti per meno di 5.000 euro negli ultimi cinque anni. Eppure la consapevolezza da parte delle aziende c’è ed è calzante: oltre la metà delle stesse, infatti, ha intenzione di fare investimenti superiori a questa soglia nel prossimo futuro. Resta poi quel 31%, una fetta considerevolmente ampia, di pmi che ancora strabuzza gli occhi a sentir parlare di digitale. La situazione italiana, nel settore agroalimentare, risulta quanto mai frastagliata. Una cosa, tuttavia, è chiara: le aziende italiane non sento il bisogno impellente di affidarsi alla tecnologia per essere competitive sul mercato. Un vero peccato, date le risorse di cui disponiamo a livello territoriale.

Manca una visione d’insieme
Ma perché questo accade? «In Italia manca, di fatto, manca una visione d’insieme in grado di declinare nell’ottica del settore agroalimentare e agroindustriale le tendenze tecnologiche chiave – non solo in ambito ICT - spiega Stefano Epifani, presidente del Digital Transformation Institute -. Questa visione permetterebbe di mettere in campo un approccio condiviso, capace di aiutare i processi di crescita, favorire l’aggregazione e una progettualità più forte in un settore frammentato e variegato». Questa difficoltà è accentuata da un altro grande problema:  la scarsa presenza nel settore di figure qualificate, con le competenze necessarie per guidare una trasformazione digitale.  Senza una guida, è ancora più difficile sviluppare la percezione del bisogno di innovazione e, nel caso, affrontare il tema della digitalizzazione in modo sistematico.

Manca una giuda all’innovazione
Scarsa percezione del bisogno di innovazione e assenza di un approccio sistematico sono gli altri punti dolenti evidenziati dalla ricerca «Gli Impatti della Digital Transformation sul settore Agrifood» realizzata dal Digital Transformation Institute con la collaborazione di Cisco Italia. Punti che hanno conseguenze gravi, come l’incapacità di valutare efficacemente l’impatto degli investimenti che pure vengano fatti. Lo dimostra, ad esempio, quanto è emerso dall’indagine effettuata presso le aziende nel settore vitivinicolo, in cui ben il 47% degli interpellati dichiara che gli investimenti fatti in tecnologia  non hanno ancora portato o non porteranno un aumento di ricavi, e il 15% non sa valutare il vantaggio eventualmente ottenuto.

Solo chi investe capisce i benefici
Detto questo, non si può dire che la situazione sia al 100% uniforme in tutto il comparto. Le aziende che hanno una visione imprenditoriale sono molto più attente alla digital trasformation: di fatto, chi percepisce davvero i vantaggi della digitalizzazione sono solo le aziende che già investono in tecnologie digitali. E’ il classico serpente che si morde la coda, con un meccanismo che rischia seriamente di lasciare indietro un’altra coda: la «coda lunga» del settore agroalimentare, come la ha definita Stefano Epifani, composta da migliaia e migliaia di aziende piccole e medie, che attraverso la tecnologia potrebbero affacciarsi su un mercato più ampio, migliorare il controllo dei loro processi produttivi,  riconoscere e far riconoscere la qualità, l’eccellenza, l’originalità dei loro prodotti – e crescere. E stiamo parlando, in questo caso, di un settore come quello vitivinicolo, con 1 miliardo di bottiglie esportate nel 2015. Il fattore chiave per modificare questo meccanismo è la diffusione capillare, in questo settore più che mai, di cultura e competenze digitali - spiega Epifani -. A partire dalla scuola, dagli istituti professionali, per arrivare a iniziative che coinvolgano gli attori del settore e le istituzioni in un percorso per costruire consapevolezza e capacità».