19 agosto 2019
Aggiornato 04:00
Trump e Clinton: chiunque vincerà sarà ricattabile

Clinton o Trump? L'8 novembre vinceranno sempre le multinazionali

Che vinca Donald Trump o Hillary Clinton, il prossimo presidente Usa sarà ricattabile. Che si tratti di vizi morali o e-mail compromettenti, i loro scheletri nell'armadio li rendono già deboli

NEW YORK - Una storia di email, intercettazioni, di parole da spogliatoio e ricatti incrociati. Un sola certezza: chiunque sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, esso non avrà pieno potere. Perché ricattabile, perché piegato a vizi privati che diverranno dominio pubblico nel momento in cui si sposterà dal solco del sistema. Vale per Donald Trump come per Hillary Clinton. Sul primo, ampi armadi contengono i suoi scheletri morali, costruiti da uno stile di vita eccessivo e fuori norma, soprattutto per un Paese iper-moralista e iper-ipocrita come gli Usa. La candidata democratica vive una situazione ancora peggiore: le sue colpe attentano, si dice, addirittura alla sicurezza nazionale. Non si capisce quali siano queste colpe, ma la sua condotta appare sciatta e superficiale. Senza dimenticare i guai di salute che la attanagliano, spada di Damocle sempre pronta a calare.

Trump come Berlusconi è il perfetto ricattabile, ma ha saputo dire no alla globalizzazione
Donald Trump ricorda Silvio Berlusconi: un uomo d’affari che ha riscosso grandi successi e grandi fallimenti, quattro. E’ una figura perfetta per un ricatto: vita privata, affari rischiosi, tasse. Gli argomenti per ricattarlo sono infiniti. Trump ha centrato la sua proposta economica su un vigoroso taglio ai processi globalizzanti, e la sua idea è divenuta egemonica. Anche perché la crisi della middle class statunitense continua a mordere duro, e i nuovi posti di lavoro dell’era Obama sono una miriade di mini jobs mal pagati e senza alcuna protezione sociale. Con un messaggio diretto, per molti aspetti volgare, ha denunciato buona parte dei trattati commerciali internazionali: ovvero l’architrave dei processi neoliberali. Per il resto è un repubblicano classico che vuole tagliare le tasse ai ricchi e alle aziende, nonché privatizzare i rimasugli di servizio pubblico che ancora resistono negli Stati Uniti. Il messaggio di Trump è piuttosto semplice: meno globalizzazione, più dazi, più manifattura negli Usa, più lavoro per gli americani, meno tasse.

Trump ha rotto un’egemonia culturale mondiale che imperversa da quarant'anni
Il personaggio può non piacere, ma con queste parole ha rotto un’egemonia culturale mondiale che imperversa da quarant'anni. Volgare e maschilista, Trump sembrava caduto due settimane fa a seguito di alcune intercettazioni in cui si esprimeva con toni da bullo: quale è. Poi sono arrivate le denunce per molestie da parte di decine di donne, a cui lui ha risposto promettendo che verranno trascinate tutte in tribunale. Che tutto questo sia vero o no, e probabilmente è vero, non è l’aspetto più importante. Trump, ovvero il potenziale uomo più potente del pianeta, è un uomo ricattabile in qualsiasi momento. Immagini, video, intercettazioni: il suo passato è nelle mani di chi gli ha mandato il primo segnale di avvertimento due settimane fa.

Clinton, la testimonial della finanza globale
Più debole di Donald Trump c’è solo un persona negli Usa: Hillary Clinton. Che segue lo stesso percorso, per molti versi ancora più ambiguo. Da sempre chiacchierata, vista con sospetto per la sua adamantina determinazione, da sempre sponsorizzata dalla finanza globale, ha dovuto cedere terreno al rivale proprio sul protezionismo economico statunitense. Gli Usa sono il Paese più impoverito dai processi di globalizzazione del mondo. E l’elettorato, almeno quei pochissimi che andranno a votare, lo sanno bene. Il suo messaggio è passato da ultra-liberista a protezionista, e ricalca buona parte di quanto dice Donald Trump sugli accordi globali sul commercio. Piace ai lavoratori, non piace alle banche, questo passaggio. E negli Stati non si vince con il voto dei lavoratori. Ha rilanciato l’idea della spesa pubblica, promettendo 275 miliardi di dollari di investimenti infrastrutturali. Bugie, le sue: ma sono pur sempre una minaccia a chi vede la spesa pubblica come un pericoloso dogma sovietico.

L'Fbi riapre le indagini
A pochi giorni da un voto che la vede nettamente favorita giunge, non a caso, la denuncia del capo del Fbi, inerente alle email che sarebbero state trafugate da un suo computer da una collaboratrice. Email poi finite nelle mani del marito, salito agli onori della cronaca per le sue «perversioni». La vicenda appare oscura, per molte ragioni. Quali siano le responsabilità della Clinton, cosa sia scritto in quelle email, e soprattutto la tempistica non è certo. La Clinton utilizzò il suo indirizzo di posta elettronica privato tra il 2009 e il 2012, esponendo così l’amministrazione Obama, e gli Usa ad un pericolo strategico? Lo fece per sciatteria e superficialità. Esattamente come Trump e i suoi discorsi da bullo che va al rodeo. Entrambe le condotte non espongono il Paese ad alcun pericolo, espongono invece i due soggetti ad un messaggio semplice: ti conosciamo, abbiamo materiale compromettente nelle nostre mani. Ti teniamo in pugno. Oppure entrambe le condotte sono pericolose per la sicurezza nazionale, e allora ci si domanda come due personaggi così siano giunti fino al voto.

Nuove email pertinenti all'indagine
James Comey, il direttore dell’FBI, ha detto di aver trovato nuove email «pertinenti» all’indagine che a luglio fu dichiarata chiusa. «Pertinente» significa tutto e nulla, ma è la parolina giusta per essere usata a scopo insinuante. Lui sa cosa c’è scritto in quei carteggi della Clinton, ma non lo vuole dire: almeno non ancora. Da qui il tracollo nei sondaggi della candidata democratica e il rilancio di Donald Trump, che ha buone possibilità di diventare il prossimo presidente statunitense.

L'8 novembre vinceranno sempre le multinazionali
Non è una novità storica quella che accade in questi giorni negli Stati Uniti. Papi, capi di Stato, ministri, re, regine, principi, tutti sono stati ricattati. Ma quanto accade sorprende per la tempistica. Ai due candidati viene detto prima di una eventuale elezione che saranno sempre sotto ricatto, che ci sarà sempre un’intercettazione compromettente da buttare in pasto all’opinione pubblica. Chi manovra tutto questo? Per quali ragioni? Tentando di tracciare un quadro di chi potrebbe subire danni dalle due presidenze salta subito agli occhi che le grandi multinazionali, finanziarie e non, sono quelle che rischiano maggiormente da un approccio economico protezionistico. E le grandi multinazionali sono quelle che hanno in mano i media che pompano notizie scandalistiche e fomentano l’opinione pubblica, debitamente formata a centrare la sua attenzione sui principi morali anziché su quelli materiali.