15 dicembre 2019
Aggiornato 11:30

Il lungo cammino che porta alla Casa Bianca

Dopo mesi di comizi, dibattiti e sondaggi, rinunce e sorprese, lunedì prossimo comincerà la lunga corsa verso le elezioni presidenziali statunitensi. Ecco il cammino che percorrerà il successore di Obama per arrivare alla Casa Bianca

NEW YORK - Dopo mesi di comizi, dibattiti e sondaggi, rinunce e sorprese, lunedì prossimo comincerà la lunga corsa verso le elezioni presidenziali statunitensi, e alle chiacchiere cominceranno a sostituirsi, in parte, i risultati. Il primo febbraio sono in programma i caucus dell'Iowa, che daranno inizio alla lunga stagione delle primarie, con cui gli elettori sceglieranno - indirettamente - i candidati del partito democratico e di quello repubblicano in vista delle presidenziali dell'8 novembre, quando eleggeranno - sempre indirettamente - il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, il successore di Barack Obama.

Le primarie
Le primarie (sostituite in alcuni Stati dai caucus, assemblee informali che si tengono nelle scuole e in altri edifici pubblici, durante le quali gli elettori scelgono i propri delegati), sono una competizione elettorale con cui ogni Stato (oltre al District of Columbia e ai territori non incorporati, come Porto Rico) assegna, con sistemi diversi, un determinato numero di delegati, in vista della convention di partito, durante la quale viene formalizzata la scelta del candidato alle elezioni presidenziali. Come da tradizione, l'Iowa (1 febbraio) e il New Hampshire (9 febbraio) saranno i primi Stati a votare, seguiti da Nevada (il 20 per i democratici, il 21 per i repubblicani) e South Carolina (il 20 per i repubblicani, il 27 per i democratici). Il primo marzo, poi, è atteso il Super Tuesday, il giorno in cui è in programma il più ampio numero di primarie: si voterà in Alabama, Alaska (solo i repubblicani), Samoa americane (solo i democratici), Arkansas, Colorado (solo i democratici), Georgia, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Tennessee, Texas, Vermont, Virginia, Wyoming (solo i repubblicani). Rappresenta, senza dubbio, il primo test probante sulle possibilità di vittoria di un candidato. Le primarie, poi, andranno avanti fino a giugno: il 7 è previsto l'ultimo blocco, con il voto in California, Montana, New Jersey, New Mexico, North e South Dakota (in North Dakota solo i caucus democratici); poi, il 14, gli ultimi a votare saranno gli elettori democratici del District of Columbia.

Le convention
A luglio, sono in programma le convention: dal 18 al 21, i delegati del Grand Old Party si riuniranno alla Quicken Loans Arena di Cleveland, in Ohio, per scegliere il candidato repubblicano e il suo vice, scelto precedentemente dal pretendente alla Casa Bianca per completare il 'ticket' presidenziale. Subito dopo - dal 1936 si riunisce prima il partito di cui non fa parte il presidente in carica - è in programma la convention democratica, dal 25 al 28, al Wells Fargo Center di Philadelphia, con alcuni eventi al Pennsylvania Convention Center. Convention organizzate in anticipo rispetto alla consuetudine, prima delle Olimpiadi di Rio de Janeiro: nel 2008 e nel 2012, per esempio, furono organizzate dopo i Giochi estivi. Durante la convention sono anche enunciate le linee guida della politica del partito, la cosiddetta party platform, per i successivi quattro anni. L'assemblea assume - salvo rari casi - solo un significato simbolico e cerimoniale, visto che la selezione del candidato solitamente si chiude durante le primarie ed è solamente ratificata nel corso della convention dai delegati (saranno 4.764 alla convention democratica, 2.472 a quella repubblicana). Le regole per la selezione dei delegati sono complesse e in gran parte decise dai singoli Stati; quasi il 20%, poi, è composto dai cosiddetti superdelegati, ovvero membri del Congresso, governatori, ex presidenti e alti esponenti del partito che partecipano alla convention e sono liberi di votare per chi vogliono, al contrario di quelli eletti durante primarie e caucus.

Le elezioni presidenziali
Dopo l'estate, sono in programma i tre dibattiti presidenziali e quello vicepresidenziale, già definiti: si comincerà il 26 settembre alla Wright State University di Dayton, in Ohio; il 4 ottobre, si sfideranno i candidati alla vicepresidenza alla Longwood University di Farmville, in Virginia. Gli altri due dibattiti presidenziali andranno in scena il 9 ottobre alla Washington University di St. Louis, in Missouri, e il 19 alla University of Nevada a Las Vegas. I candidati avranno ancora quasi tre settimane per convincere gli elettori. Poi, finalmente, l'8 novembre: l'Election Day (per l'insediamento del nuovo presidente, bisognerà attendere il 20 gennaio 2017). Sul piano formale, si tratta di un'elezione indiretta: il capo dello Stato è scelto da 538 'grandi elettori', frutto del voto popolare. In ognuno dei 50 Stati (più il District of Columbia) si vota per eleggere un certo numero di grandi elettori, pari al numero di deputati e senatori che lo rappresentano in Congresso (il District of Columbia è trattato come lo Stato con meno rappresentanti). Il candidato che vince - anche di un solo voto - in uno Stato si prende tutti i grandi elettori in palio (tranne in Maine e Nebraska, dove vige un sistema misto), che poi eleggono il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti. Ogni grande elettore è tenuto - ma non obbligato, perché la Costituzione tutela il diritto alla libertà di espressione - a seguire la volontà espressa dai cittadini del suo Stato. Per diventare presidente, servono 270 voti. Questo sistema elettorale non garantisce, quindi, che il candidato più votato a livello nazionale sia eletto: nel 2000, il democratico Al Gore ottenne più voti popolari, ma a diventare presidente fu il repubblicano George W. Bush. È dal 1964 che ci sono 538 grandi elettori, pari alla somma di deputati (435, assegnati agli Stati in base alla popolazione) e senatori (100, due per ogni Stato), più tre attribuiti a Washington D.C., ma il censimento del 2010 ha cambiato il 'peso' di alcuni Stati per le elezioni che si terranno fino al 2020. Gli Stati che hanno un numero maggiore di voti elettorali sono la California (55), il Texas (38), New York e Florida (29 a testa); i sette Stati meno popolosi (Alaska, Delaware, Montana, North e South Dakota, Vermont e Wyoming) e il District of Columbia invece ne hanno tre a testa.

(Con fonte Askanews)