Florovivaismo: il prodotto “made in Italy” ostaggio di una sorta di monopolio della logistica
La società “C.C.”, controllata da operatori danesi e olandesi (paesi concorrenti al nostro), gestisce l’uso dei cosiddetti carrelli per inviare a destinazione i prodotti florovivaistici
ROMA - Non bastavano le difficoltà dovute agli alti costi produttivi, contributivi e burocratici, soprattutto quelli del «caro gasolio», ora per i florovivaisti italiani, e anche per quelli europei, si annuncia un nuovo pesante onere che rischia di mettere fuori gioco tante imprese che già ora operano tra non pochi affanni. Si tratta del problema delle nuove etichette che la «C.C.» (Container-Centralen), la società controllata da operatori danesi e olandesi (paesi concorrenti al nostro) che consente agli utenti di noleggiare carrelli con i quali inviare a destinazione i prodotti florovivaistici, ha intenzione di adottare. La denuncia viene dalla responsabile del Gie-Gruppo di interesse economico nazionale florovivaismo della Cia-Confederazione italiana agricoltori Mariangela Cattaneo, fortemente preoccupata dai riflessi che tale operazione comporterà. «Tutti gli aumenti di costi legati a questa innovazione vengono scaricati sulla produzione. Inoltre, la logica è: se non si riesce a vendere più care le piante, si cerca di pagarle meno all’origine».
Un tema questo che è stato al centro di un incontro a Roma tra una nutrita rappresentanza di floricoltori italiani e i responsabili della «C.C.». «Ancora una volta -sottolinea la Cattaneo, che nei giorni scorsi è stata eletta vicepresidente del Gruppo di lavoro florovivaistico del Copa-Cogeca- abbiamo registrato un atteggiamento di chiusura da parte della società che ha confermato le sue intenzioni di non concedere una proroga sull’entrata di questa nuova tecnologia (il prossimo primo gennaio) e sui costi degli scanner. «L’unica apertura -aggiunge- consiste nel vedere se si possono abbassare i prezzi facendo un acquisto complessivo». Certamente troppo poco.
C’è da ricordare che la maggior parte dei prodotti florovivaistici viene movimentata attraverso il «C.C. transfer service» e che la società gestore del servizio ha deciso in modo unilaterale di adottare questa nuova tecnologia d’identificazione di ogni carrello spedito. Un’operazione che, oltre che ad accrescere i costi per i produttori, «comporta -rileva la Cattaneo- un forte aumento del numero delle operazioni da compiere. E ciò non fa altro che appesantire l’intera organizzazione del lavoro».
«C’è, poi, l’aspetto legato alla posizione dominante, una sorta di monopolio, che questa società ha sul mercato internazionale. Un aspetto che -rimarca la responsabile del Gie florovivaismo verrà ancora più consolidato. Bisogna, quindi, bloccare questa operazione e per tale ragione la Cia ha redatto un articolato documento che ha già presentato al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali e al Copa-Cogeca per inoltrarlo alla Commissione europea».
Da rilevare infine, che il sistema prevede una tecnologia molto avanzata in grado di avere la tracciabilità di ogni singolo carrello. E ciò significa che la «C.C.» è in grado si sapere i movimenti dei carrelli di ogni singolo utente, venendo in possesso di informazioni riservate sui clienti e il numero dei carrelli movimentati, violando le norme di tutela della privacy. Ma per la «C.C.» -come confermato nell’incontro a Roma- non c'è nessuna violazione: la Cattaneo su questo ha chiesto, comunque, che sia un soggetto terzo a dichiararlo, ad esempio il garante della privacy, e su questo la ditta concorda.
«Di fronte a questo atteggiamento di chiusura -conclude la responsabile del Gie-Cia- le aziende hanno dichiarato di voler uscire dal circuito. Tra l'altro, è emerso un problema anche su questo aspetto perché la «C.C.» chiede 16 euro a carrello se la disdetta non avviene entro il termine dei sei mesi: ciò non è possibile perché il codice civile afferma che se si cambiano le condizioni contrattuali la rescissione ha un costo pari a zero».