11 dicembre 2019
Aggiornato 10:00
Appena arrivato il via libera da Bruxelles è rissa sull’Autentica

Pizza napoletana europea: ma è Margherita o Marinara?

Intanto una su due ci viene servita con cagliato dell’Est, pomodoro cinese e olio tunisino

In Italia ci lamentiamo spesso della scarsa qualità del personale politico ma sarebbe ora di riconoscere che la storia può certificare che negli ultimi decenni abbiamo avuto rappresentanti delle politiche agricole di tutto rispetto.
E’ una tradizione ormai consolidata che risale all’indimenticato Giovanni Marcora (nome da partigiano Albertino) che fu a capo del dicastero dal 1974 al 1980, cioè in anni di recessione molto simili a quelli che stiamo vivendo.
Non si può ignorare che nel corso dei decenni all’Agricoltura si siano succeduti anche inutili cacciatori di poltrone sulla cui identità è meglio sorvolare. Se invece si vuole restare ai ministri di riconosciuta efficienza è giusto ricordare Filippo Maria Pandolfi, un filosofo prestato all’Agricoltura all’inizio degli anni ottanta, fino ai più recenti Pecoraro Scanio e Alemanno, ai quali sono andati riconoscimenti bipartisan per l’attenzione che hanno messo nel difendere a Bruxelles gli interessi degli agricoltori italiani.

ZAIA L'«OSTINATO» - Il ministro Luca Zaia verrà ricordato, lo sappiamo fin d’ora, come l’uomo politico italiano che si è battuto fino alla vittoria per fare imprimere sulla pizza napoletana il marchio dell’Unione europea. Sicuramente il ministro Zaia raggiungerà ben altri traguardi al suo palmares, ma si può stare certi i che questa consacrazione europea della pizza napoletana resterà una delle medaglie più in vista sul suo petto che, non bisogna dimenticarlo, ospita un cuore leghista ultra Doc.
A chi non conosce i corridoi della Commissione sarà sembrato un gioco da ragazzi convincere i soloni di Bruxelles che la pizza (quella con il cornicione rialzato, la mozzarella, il pomodorino e l’olio d’oliva) sia nata e cresciuta all’ombra del Vesuvio.
Invece c’è voluta tutta l’ostinazione di un trevigiano come Zaia per mettere lo scettro dell’Europa sulla testa della Margherita.

MARGHERITA VS MARINARA - Ma è giusto dire che la pizza napoletana sia la Margherita? Non saremmo italiani se appena arrivato il timbro del Comitato europeo per le indicazioni geografiche non si fosse dato il via ai distinguo e alle semantiche su quale pizza deve considerarsi la «vera» pizza napoletana.
Subito c’è stato chi ha risvegliato nella tomba il mitico Luigi Veronelli per attribuirgli paternità ed expertise sulla vera identità della pizza. Per Veronelli, asseriscono i puristi, «l’autentica» era una sola e non si chiamava «Margherita» ma «Marinara»: quella cioè con aglio, olio, pomodoro e origano.

LA «GLOBAL PIZZA» - Mentre i critici colgono l’occasione per dibattere sul sesso degli angeli che mangiano la pizza non bisogna invece dimenticare quanto a più volte denunciato dalla Coldiretti, e cioè che sempre più spesso quella che ci viene presentata, si chiami «Margherita» o «Marinara», non è invece che una «global pizza»: un prodotto preparato con cagliate provenienti dall’Est Europa al posto della mozzarella, con pomodoro cinese al posto di quello nostrano, olio di oliva tunisino, e farina canadese o ucraina al posto di quella ottenuta con grano nazionale.
Insomma, una pizza su due contiene ingredienti importati, ma soprattutto senza che i consumatori ne siano informati.
Ma ora con il marchio Doc, ossia «Stg» (Specialità tradizionale garantita), tutto questo finirà e finalmente potremo mangiarci una napoletana come si deve.
Consapevoli che a Napoli, quella che a Roma chiamano napoletana invece viene chiamata alla romana.
E che la confusione in Italia è come il cornicione della pizza, si gonfia senza un perché.