21 novembre 2019
Aggiornato 05:00
Musica italiana

883: Ecco perché ci siamo sciolti

A vent'anni dall'uscita di «Hanno ucciso l'uomo ragno», Max Pezzali e Mauro Repetto si ritrovano e ripercorrono la loro storia dalla nascita degli 883 fino alla riedizione dell'album-boom. Una confessione a due voci con Vanity Fair, nel numero in edicola dal 6 giugno

MILANO - «Quando Mauro mi ha detto: Max io parto, vado a Miami, mi sa che non torno, io ho pensato al racconto I Langolieri di Stephen King, dove si parla di quei pesci degli abissi che sopravvivono solo in condizioni ostili: senza luce e schiacciati da una pressione fortissima. A lui era successa la stessa cosa». A vent'anni dall'uscita di «Hanno ucciso l'uomo ragno», Max Pezzali e Mauro Repetto si ritrovano e ripercorrono la loro storia dalla nascita degli 883 fino alla riedizione dell'album-boom. Una confessione a due voci con Vanity Fair, nel numero in edicola dal 6 giugno.

«Finché stavamo nella nostra cantina a comporre e suonare, finché anche noi eravamo schiacciati dalla pressione fortissima dell'incertezza, è stato un bene - ricorda Pezzali -. Poi il successo ci ha risucchiati verso l'alto e lui ha sentito che non si teneva più insieme. Come potevo dirgli: rimani?». «Non ero all'altezza della situazione - spiega Repetto -. Giù dal palco eravamo 50 e 50, portare questa collaborazione sulla scena era impossibile, e allora io, mentre Max cantava, saltavo perché non potevo fare altro. Quando siamo arrivati a giocare in Serie A, non ne avevo la capacità né soprattutto la maturità. La mia fragilità estrema ha aperto la via ai brutti incontri. Mi sono circondato di persone sbagliate, sono andato alla deriva».

«All'inizio, senza di lui, non mi divertivo assolutamente più a fare musica - prosegue Max -. Sentire l'accordo della chitarra nel silenzio mi dava l'ansia». E adesso? «Buttiamo giù idee, l'abbiamo sempre fatto. Abbiamo ricominciato a ragionare insieme, chi lo sa».