3 dicembre 2022
Aggiornato 06:00
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Tumori rari del sangue, dal Candiolo di Torino speranze per i pazienti resistenti alle cure

L’istituto è partner di un progetto di ricerca d’avanguardia che mira a valutare gli anticorpi a doppia azione perché in grado di attaccare le cellule del linfoma e contemporaneamente a risvegliare le difese immunitarie del paziente contro il tumore

Tumori rari del sangue, dal Candiolo di Torino speranze per i pazienti resistenti alle cure
Tumori rari del sangue, dal Candiolo di Torino speranze per i pazienti resistenti alle cure Foto: Pixabay

TORINO - Una patologia rara e molto aggressiva che colpisce in Italia circa 4400 persone l'anno, in maggior parte di età adulta, di cui almeno il 35% purtroppo non risponde ai trattamenti standard o sviluppa successivamente recidive: è il linfoma a cellule B, il più comune tra i linfomi non-Hodgkins e speranze per questi pazienti «difficili», arrivano dalla ricerca d'eccellenza dell'IRCCS Candiolo di Torino.

«Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fiorire di tecniche altamente innovative per il loro trattamento che fanno ben sperare visti i risultati finora ottenuti - commenta Umberto Vitolo, Ematologia-oncologia medica IRCCS Candiolo, coordinatore degli studi oncoematologici - . La prospettiva di guarigione dipende dal tipo di linfomi ma oggi le possibilità di sconfiggere anche tumori aggressivi come i linfomi a cellule B, che non rispondono alle terapie standard o si dimostrano recidivi, sono molto aumentate».

Tanti i progetti di ricerca in cantiere al Candiolo, sia come ente coordinatore di studi multicentrici all'interno di network internazionali e nazionali, come la Fondazione Italiana Linfomi (FIL), sia attraverso la partecipazione a studi clinici innovativi. Tra questi il Candiolo è partner di un progetto di ricerca d'avanguardia, che mira a valutare l'efficacia di anticorpi di ultima generazione detti bispecifici cioè a 'doppia azione', perché in grado di attaccare le cellule del linfoma e, contemporaneamente, risvegliare le difese immunitarie del paziente contro il tumore, rendendo attive le cellule T.

«I protocolli di terapia si concentrano soprattutto nei pazienti con linfoma a cellule B che hanno fallito la terapia standard di prima linea e non possono per ragioni di età o perché il paziente soffre anche di altre malattie, essere trattati con trapianto di cellule staminali o con CART - specifica Vitolo. Promettente anche uno studio multicentrico di cui il Candiolo è coordinatore, che mira ad indagare la capacità di un inibitore della crescita tumorale di nuova generazione, l'inibitore della proteina PI3K che promuove la crescita del tumore, in associazione ad immuno-chemioterapia per potenziare l'efficacia della terapia tradizionale.

«L'inibitore di PI3K è una piccola molecola che funziona 'appiccicando' sulla proteina bersaglio dei piccoli gruppi chimic), così da bloccarne l'azione» e favorire in questo modo la morte della cellula linfomatosa sottolinea Vitolo. Sei mesi fa è partito anche un altro studio di cui il Candiolo è coordinatore nazionale, su un anticorpo per pazienti di nuova diagnosi, ma con malattia estremamente aggressiva.

«La ricerca ha come obiettivo di valutare se, aggiungendo l'anticorpo monoclonale anti-CD19 insieme a un «agente biologico» che modula la risposta immunologica, alla chemioimmunoterapia standard migliorano i tassi di guarigione di questi pazienti attualmente fermi al 50%. L'anticorpo, che sarà presto autorizzato in Italia nei pazienti in ricaduta, funziona legandosi a una sorta di 'tag' molecolare sulla cellule del tumore e, dopo essersi 'arpionato' a esse, innesca dei meccanismi che la annienta» sottolinea l'esperto.

Al Candiolo è stata avviata di recente anche una ricerca per individuare nuovi biomarcatori per pazienti con linfoma a cellule B resistenti o refrattari alle terapie inclusa chemioterapia ad alte dosi e trapianto autologo di cellule staminali. «L'indagine ha lo scopo di indagare nuove alterazioni molecolari e cromosomiche attraverso analisi biologiche sul DNA e RNA delle cellule del linfoma - spiega Vitolo - integrando queste informazioni con parametri funzionali della malattia, come ad esempio la sua maggiore o minore attività e il volume tumorale attraverso la PET».

«Questi - conclude l'esperto - sono in realtà solo alcuni dei progetti che abbiamo in corso e che speriamo daranno presto risultati concreti capaci di cambiare il destino di molti pazienti su cui le cure attualmente in uso spesso falliscono; l'obiettivo ultimo è dare ad ognuno di loro cure più personalizzate possibili, così da ottimizzarne le chance di guarigione».