19 ottobre 2018
Aggiornato 07:30

Malattie reumatiche e autoimmuni: colpa dei ritmi circadiani e del microbiota

Le malattie infiammatorie reumatiche e le patologie autoimmuni possono essere controllate con l’alimentazione e lo stile di vita
Malattie reumatiche e microbiota
Malattie reumatiche e microbiota (Africa Studio | Shutterstock)

Ancora conferme circa il ruolo del microbiota umano e delle relative implicazioni che esso svolge sul nostro stato di salute. Questi, per lo meno, sono i risultati ottenuti da recenti studi, i quali saranno oggetto di discussione presso le tavole rotonde del XXI Congresso Nazionale del CReI che si terrà dal 10 al 12 maggio. Il microbiota umano, tuttavia, non sarà l’unico fattore ad essere preso in considerazione: ci saranno anche dieta e i ritmi circadiani, elementi chiave per la nostra salute.

Malattie autoimmuni
Il tema principale dell’evento sarà «flogosi e immunità» e prenderà in considerazione sia le malattie reumatiche infiammatorie che le patologie autoimmuni. Il microbiota umano, insieme all’alimentazione e ai ritmi circadiani, sembra essere uno dei fattori più importanti da prendere in considerazione quando si tratta di salute. Ancor di più se ci si concentra sulle malattie reumatiche che sono oltre 150 e che coinvolgono ben 13 milioni di italiani. «Sappiamo ormai che sono malattie che si manifestano sia per cause genetiche che epigenetiche, cioè l’influenza degli stimoli ambientali sui geni. Gli stili di vita occidentali, che prevedono ritmi frenetici, pasti consumati con disattenzione e sulla base di scelte non sempre consapevoli, oltre al poco rispetto dei ritmi circadiani che condizionano la produzione ormonale del nostro corpo, rischiano di compromettere sempre di più lo stato della nostra salute», premette Stefano Stisi, Presidente del CReI.

L’importanza dei ritmi circadiani
«La nostra vita, sia in condizioni di salute sia in condizioni patologiche, è controllata dai ritmi circadiani, cioè dall’alternarsi del giorno e della notte nelle 24 ore della giornata, quindi della luce e dell’ombra, e delle stagioni (ritmi circannuali), che nel corso degli anni hanno condizionato il nostro genoma e la nostra reattività alle varie fasi della attività quotidiane (anche le piante e tutti gli organismi viventi ne risentono gli effetti). Un tema, questo, che l’anno scorso ha vinto il Premio Nobel per la medicina», spiega il professor Maurizio Cutolo, Direttore della Clinica Reumatologica e dei Laboratori di Ricerca DiMi IRCCS PoliclinicoSan Martino di Genova.

Le differenze tra notte e giorno
Facciamo attività fisica anche in tarda serata e mangiamo fuori orario spesso alimenti che avremmo dovuto mangiare in altri momenti. Ciò a lungo andare potrebbe compromettere seriamente il nostro stato di salute. Se poi c’è già una malattia infiammatoria in atto la situazione si complica – e non di poco. «Di giorno, abbiamo bisogno di calorie per nutrire le cellule del nostro organismo attraverso nutrienti come proteine, lipidi, glucidi, sali minerali e vitamine. Di notte, invece, il sistema immunitario svolgendo regolarmente la sua funzione ci protegge dall’attacco delle cause di infiammazioni di ogni tipo; se a causa della presenza di una malattia infiammatoria cronica o di una malattia autoimmune tale difesa diventa «offesa», ecco che la mattina appaiono i sintomi clinici della reazione infiammatoria notturna come tumefazione articolare e rigidità con dolore etc», continua Cutolo.

Anche i farmaci vanno assunti nel momento giusto
Secondo gli esperti, proprio perché i ritmi circadiani regolano molte delle nostre funzioni corporee, anche i farmaci andrebbero assunti al momento giusto. Ancor più cautela quando si tratta di antinfiammatori e immunosoppressori. «Vanno assunti nel momento in cui può essere massima la loro efficacia. Un esempio classico è quello dei derivati del cortisone (i glucocorticoidi), che di solito vengono prescritti per la mattina, quando invece la malattia si è già scatenata di notte. Quindi, nei trattamenti cronici i glucocorticoidi dovrebbero essere disponibili a metà notte, quando l’organismo già produce cortisone endogeno, che però è basso a causa della cronicità della malattia. Se prescriviamo molti farmaci indicati per malattie con aumento notturno quindi tenendo conto dei ritmi circadiani, vorrà dire utilizzarne dosi minori, nell’interesse del malato».

Una colazione da re…
Non dobbiamo dimenticare che anche la saggezza popolare racchiudeva in sé una parte di conoscenza che oggi stiamo verificando grazie a diverse ricerche scientifiche. Una di queste è rappresentata da un antico detto: colazione da re, pranzo da principe e cena da povero. «L’alimentazione deve rientrare nella prevenzione primaria, cioè la prevenzione che si può fare ogni giorno prima della comparsa della malattia. I cibi che scegliamo possono alterare la chimica del nostro organismo. Oggi, ci sono evidenze che dicono che alimenti ricchi di Omega6 e di cloruro di sodio, il comune sale da cucina, esercitano potenziali azioni proinfiammatorie. Una dieta sbagliata si fa 365 giorni all’anno, ecco perché dovremmo essere più consapevoli di quello che portiamo in tavola, essendo anche consci dei ritmi con cui avvengono i processi metabolici», avverte il Professor Cutolo.

Mantenere sano il microbiota intestinale
Le ricerche sul microbiota intestinale si sprecano, negli ultimi anni, e da esse sono emerse molte – e interessanti – scoperte. Per esempio esso sembra essere correlato con la comparsa o la prevenzione della maggior parte delle malattie comuni. Tra queste anche la depressione, l’ansia, il cancro, l’Alzheimer e le malattie cardiovascolari. «Una delle funzioni primarie [del microbiota, nda] è quella di «educare» il sistema immunitario, ossia insegnargli non tanto cosa non attaccare ma cosa deve considerare buono per esplicitare le sue funzioni di difesa. Se questo processo viene meno, avremo il verificarsi di situazioni allergiche e di possibili malattie autoimmunitarie, cioè l’aggressione da parte del sistema immunitario di antigeni esterni non pericolosi, come avviene con gli alimenti, o addirittura di antigeni interni appartenenti al proprio organismo», spiega il dermatologo Marco Pignatti, esperto nella relazione che lega microbiota, pisco-neuro-endocrino-immunologia (PNEI) e malattie auotimmuni. «Già 25 anni fa, la PNEI ha dimostrato la grande connessione tra sistema neuropsichico, endocrino e immunitario scoprendo che ormoni, citochine e neurotrasmettitori sono sì messaggeri specifici di un sistema, ma sono anche un linguaggio comune alla maggior parte delle cellule del nostro organismo e che i tre sistemi dialogano incessantemente tra loro, dando il ruolo di direttore d’orchestra al microbiota e all’intestino». Per esempio, «la serotonina uno dei principali neurotrasmettitori del nostro cervello, la cui carenza porta alla depressione, è prodotta al 90% da cellule dell’intestino, a partire da un aminoacido essenziale, il triptofano, che dobbiamo per forza assumere con il cibo e di cui alcuni batteri sono in grado di deciderne il destino prima dell’assorbimento».

Cosa devono sapere i pazienti
«Se fino a qualche anno fa dicevamo loro che erano geneticamente predisposti alla malattia autoimmune ora sappiamo che è possibile modificare questa predisposizione grazie alle scoperte dell’epigenetica. Gli stimoli ambientali che derivano dal cibo sono quelli che più di tutti influenzano il microbiota intestinale», continua Pignatti. Ciò significa che è essenziale che esperti e pazienti cooperino al fine di migliorare lo stato di salute di una persona e per tenere sotto controllo una patologia infiammatoria in atto partendo, in primis, dall’alimentazione e dai ritmi circadiani. Due fattori che influenzano il microbiota e il nostro benessere.