18 novembre 2018
Aggiornato 05:00

Omicidio Desirée, Rampelli (Fdi): «Tutti sapevano, nessuno ha fatto nulla»

Il vicepresidente della Camera denuncia al DiariodelWeb.it il degrado delle periferie, diventate terre di nessuno: «Nemmeno dopo un delitto si cambia rotta»

Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, di Fratelli d'Italia, dopo l'omicidio di Desirée lei è andato giù pesante, definendo quella zona del quartiere San Lorenzo una sorta di terra di nessuno, in cui addirittura la polizia ha paura ad entrare.
Escludo di esserci andato pesante: ho semplicemente fatto una radiografia della realtà. Che ho potuto constatare con i miei occhi nei sopralluoghi della commissione d'inchiesta parlamentare sul degrado delle periferie urbane, che ha svolto il suo lavoro per tre anni durante la scorsa legislatura, e dai fatti che ho appreso dalla stampa. Ricordo a me stesso che un anno e mezzo fa, nel quartiere romano del Pigneto, non periferico e molto simile a San Lorenzo, i carabinieri furono costretti alla fuga da un gruppo di spacciatori nigeriani. Il giorno dopo gli spacciatori nigeriani erano sempre lì, le forze dell'ordine no. Questa è la realtà. E tutti sanno dove si trovano i delinquenti, le persone che vivono ai margini della società e nell'illegalità conclamata: lo sanno i ministri degli Interni, i presidenti del Consiglio, i prefetti, i questori, i sindaci.

E perché non intervengono?
Presumo ci sia una volontà, che ha una giustificazione inconfessabile. Mi sono sentito di rilevarla, per amore di tutti i nostri figli, anche quelli più fragili o con famiglie meno strutturate o attrezzate, che quindi finiscono nel gorgo della droga e del degrado sociale. Magari qualcuno mi smentisse, perché in tal caso dirò quali sono i luoghi in cui le forze dell'ordine devono intervenire per verificare che non ci siano depositi di armi, di droga e così via. L'impressione è che si preferisca tenere in alcune enclave delle grandi città questi fenomeni per controllarli. Ma non c'è nessun controllo, se poi alla fine ci sono morti ammazzati, ragazze stuprate o addirittura tagliate a pezzi come nel caso di Pamela a Macerata.

Questa situazione che lei descrive assomiglia tanto addirittura ad un tacito assenso delle istituzioni: è molto grave.
No, io non parlo di assenso: ho fatto riferimento alle condizioni disastrose in cui sono costrette ad operare le forze dell'ordine. Ricordo che ci sono stati anni di turn over, che hanno impedito assunzioni di nuovi agenti di polizia e nuovi carabinieri; che non ci sono stati sufficienti investimenti dello Stato per posizionare in aree sterminate delle caserme dei carabinieri o dei commissariati di polizia. Ci sono intere zone urbane fuori controllo. Ripeto, questo lo sanno tutti, ma fanno finta di niente.

Ci vuole poi un caso così grave come quello di Desirée per accendere i riflettori.
Mi sembra che non basti neanche un caso come questo, se sono vere le dichiarazioni che hanno rilasciato poco fa il presidente della Camera Roberto Fico e la sindaca di Roma Virginia Raggi. Ancora una volta si cerca di comprendere e di giustificare, ed è esattamente questo il brodo di coltura in cui si diffonde l'illegalità. Questa è la ricetta che, pian piano, ha preso il sopravvento nel corso dei decenni, e che ha una radice molto chiara, collocata politicamente e culturalmente a sinistra. Ognuno dovrebbe fare ammenda dei propri errori. Loro, purtroppo, hanno giocato con i movimenti per l'occupazione delle case e adesso c'è un racket attenzionato dalle procure e gestito dalla criminalità organizzata, fuoriuscito dal controllo anche del movimentismo politico. Stessa cosa possiamo dire per il fenomeno dei rom: si continua a dire che appartengono a culture diverse, giustificando così il fatto che vivono quotidianamente nell'illegalità e ci costringono anche i loro stessi figli, creature innocenti che non vengono scolarizzate ma mandate per strada a fare accattonaggio, rovistaggio, scippo, borseggio, taccheggio. Senza che nessuno si permetta di attivare una procedura per la sottrazione della patria potestà, cioè per toglierli alle proprie famiglie e restituire loro il diritto al futuro.

Il cambio di rotta del ministro Salvini, con il decreto sicurezza, secondo lei darà qualche strumento in più?
Can che abbaia non morde, si dice dalle mie parti. Da un ministro degli interni, di qualunque orientamento politico, mi aspetto che faccia quello che si deve fare. Soltanto a Roma ci sono oltre cento edifici occupati, dentro i quali tutti sanno che si svolgono costantemente attività delinquenziali. Io l'ho denunciato lo scorso anno per palazzo Curtatone: ho fatto un'inchiesta durata mesi, tre interrogazioni parlamentari, un esposto alla procura della Repubblica. Dopo mesi e mesi si è riusciti ad arrivare allo sgombero, solo di un palazzo. Si fa una fatica mostruosa a garantire livelli minimi di legalità e onestà. Se passa il principio che si può occupare tranquillamente, violando il diritto alla proprietà sancito dalla Costituzione italiana, significa che si può fare qualunque cosa. Ricordate la filastrocca che abbiamo ascoltato negli anni '70, quelli del terrorismo, secondo cui le Brigate rosse erano solo «compagni che sbagliavano». Questo atteggiamento morbido ha cominciato a creare un'area di fiancheggiamento e di complicità e il fenomeno della violenza politica si è diffuso. Lo hanno fermato quando ci è andato per le piste Aldo Moro, con il famoso rapimento: fino ad allora era pericoloso anche andare a scuola. Tutti si voltavano dall'altra parte.

Lo sta facendo anche Salvini oggi? Strumentalizza questi casi ma non fa abbastanza di concreto?
Già ho detto che non intendo strumentalizzare politicamente, quindi non mi scaglierò contro un ministro in carica da tre mesi: lascio alla sinistra queste porcherie. Certo è che la svolta la si deve percepire. Lo Stato deve stare vicino ai cittadini perbene, sotto costante minaccia della delinquenza comune, e quindi colpire i protagonisti dell'illegalità.

Anche a Roma è arrivato il momento di una svolta? Bisogna far cadere questa Giunta Raggi?
Finora abbiamo parlato di problemi di ordine pubblico, ma ci sono quelli, se possibile ancor più gravi, di ordine sociale. Non c'è stato un solo segnale, in periferia, di riscatto, rinascita, inclusione, condivisione. Neanche con l'associazionismo diffuso, che si è inventato la sicurezza di prossimità e di vicinato, che oggi la Raggi cita perché non sa più cosa dire: ma non se l'è inventata lei, bensì i cittadini. È arrivata al terzo anno di mandato ed è stata completamente inerte. E non è che loro non abbiano gli strumenti o l'autorevolezza per intervenire, ripeto, il problema è proprio culturale. Per la Raggi, per il M5s, per la sinistra che ha governato per lunghi tratti nella storia del nostro Paese non c'è una persona che sbaglia, e che quindi va fermata prima che coinvolga altri: c'è la società che non crea le condizioni. L'atteggiamento è sempre teso a giustificare chi delinque, a danno delle vittime, che arrivano al punto di sacrificare il bene supremo della vita.