22 maggio 2019
Aggiornato 05:30
Giochi Olimpici del 2026

Governo e Coni fanno carta straccia dei dossier olimpici di Torino e Milano

Spese pazze, nessun interesse per il bene comune: Malagò costruisce una candidatura valorizzando quello che c'è. E deludendo Appendino e Sala

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala e quello di Torino, Chiara Appendino
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala e quello di Torino, Chiara Appendino ( ANSA )

ROMA - Lo definiscono pasticcio, i commentatori. Adombrando l'ipotesi che la soluzione individuata dalla Giunta del Coni sia un esercizio di equilibrismo per far contenti i partiti, in particolare la Lega di Matteo Salvini. Ma chi scrive così, non ha idea di cosa siano diventati i Giochi Olimpici oggi: sostanzialmente una greppia, un buco nero che nessuno vuole, ostaggi del Cio, un'organizzazione privata che vuole fare soldi. La candidatura olimpica dell'Italia ai Giochi del 2026 poteva essere molto pericolosa per la collettività. Si poteva, ad esempio, ripercorrere la via di Torino 2006: costarono 3,4 miliardi di euro, buona parte dei quali coperti da fondi pubblici o da mutui. Sul terreno, dopo dodici anni, giacciono ruderi per centinaia di milioni di euro: pista da bob a Cesana, pista del trampolino a Pragelato, l'intero villaggio olimpico oggi occupato. La città, che è diventata un salotto nel suo centro, si dibatte tra i debiti di quell'edizione che fece la fortuna di politici scadenti: Sergio Chiamparino in primis. Ma la via scelta dal Coni scontenta tutti: e questo pare un buon risultato. 

Dossier senza senso
I dossier presentati dalle tre città sono stati stravolti ed è uscita una miscellanea sparpagliata lungo l'intero settentrione. Perché è accaduto questo? Perché nei dossier, come sempre accade, i sindaci avevano messo tutto: perfino, come accaduto incredibilmente nella Torino onesta del M5s, la ristrutturazione di edifici privati, che ovviamente sarebbero rimasti ai privati. Il Coni, con tono felpato, ha parlato di "criticità" laddove erano messi neri su bianco dei veri obbrobri. Stritolati dal taglio delle risorse dal governo, ostaggi di mutui bancari sempre più onerosi, nonché di derivati, i Comuni italiani – non solo quelli olimpici – vivono nella logica predatoria del denaro pubblico. L'ha spiegato bene durante un incontro il vicesindaco di Torino, Guido Montanari: «Io sono contrario alle Olimpiadi, ma se il governo mette i soldi per farle tanto vale che le prendiamo noi». Una logica lineare, stringente, che taglia fuori ogni idea di programmazione. A questo punto a cosa servono le elezioni, le idee, i programmi, la visione del mondo e la stessa democrazia? A niente.  Si fa ciò per cui vengono stanziati i fondi: vi sarà capitato di seguire piste ciclabili che finiscono nel nulla, tra i rovi. Vi sarà capitato di finire dentro zone industriali che arruginiscono nel nulla: è solo un piccolo esempio che spiega dove porta questa mortificante logica.

Il governo non vuole le Olimpiadi
Ma, a dire il vero, il governo penta leghista nemmeno voleva farle queste Olimpiadi, conscio del rischio economico che esse portano sempre con sé. Non le voleva fare Giorgietti, non le voleva fare nemmeno il suo omologo del M5s Fraccaro. Ma hanno dovuto seguire la grancassa di Torino, Milano e Cortina, e in particolare dei sindaci Appendino e Sala che hanno fatto approntare dei dossier ricolmi di errori, di spese pazze, di sogni: carburante propagandistico per carriere che si stanno sciupando tra ristrettezze economiche, incapacità e manie di grandeur. Il Coni, su indicazione del governo, dopo aver letto i dossier ne ha fatto carta straccia. E ha fatto bene: perché in Italia le priorità sono palesemente altre. E nel momento in cui un governo ha difficoltà a reperire risorse per l'attuazione di un programma – giusto o sbagliato che sia qui non importa – è improponibile pensare di spendere miliardi nell'ennesimo palazzetto del ghiaccio, nell'ennesima pista di sci, nell'ennesimo trampolino e bob. Sport di nicchia, per altro, che coinvolgono economicamente solo un parte del paese. Basti pensare che nel dossier di Torino, relativamente al bob e al trampolino – costate 145 milioni di euro e oggi devastate e saccheggiate – era previsto lo smantellamento al termine delle Olimpiadi del 2026. Perché tutti sanno che il mantenimento di tali opere è economicamente insostenibile, e quindi tanto vale abbatterle dopo averli riadattate. 

I dossier "fatti a pezzi"
Per questo, nel momento in cui l'Italia lotta contro la povertà dilagante, Coni e Governo hanno fatto benissimo a fare a pezzi simili dossier olimpici. Il bob e il trampolino finiranno, se l'Italia diventerà sede dei Giochi del 2026, in val di Fiemme e a Cortina: dove esistono strutture in funzione. I sindaci di Torino e Milano, ovviamente protestano. Ma non si capisce per cosa. La prima sarebbe offesa perché il suo dossier non ha vinto. Il preventivo di spesa di Torino 2026 è pari a 678 milioni di euro, circa il doppio di quello approntato dal Coni. Basta questa cifra, se si vuole ragionare come comunità italiana o non come paesotto di provincia, per rendere l'idea di cosa il governo ha giustamente fermato. Ovviamente il M5s nazionale non ha potuto difendere un'impostazione simile nel momento in cui il reddito di cittadinanza rimane una chimera e si staglia l'ombra di una manovra economica autunnale. Sala invece protesta perché vuole fare il capo, cioè vuole trattare direttamente con il Cio da capofila. La spunterà, dato che porta molti soldi in sponsorizzazioni private, tra qualche tempo. Zaia, giustamente, tace, consapevole che il suo territorio ha ottenuto molto: anche perché ha molto da offrire. Chiamparino protesta perché «vogliono costruire una pista da bob a Cortina mentre noi a Cesana l'abbiamo già»: Cortina ha una pista dal 1956, il costo di ristrutturazione è decisamente inferiore, e soprattutto non vuole abbatterla al termine dei Giochi. Nel papocchio ci si mette pure il conformista dell'anticonformismo per eccellenza, Enrico Mentana. Che in un accorato post su Facebook denuncia non si sa bene quali complotti della politica e si lamenta per una soluzione pasticciata. Non sa di cosa parla, ovviamente. Il Coni, da queste fesserie torinesi e milanesi ha tirato fuori una soluzione che costa poco, almeno. 378 milioni di euro, non un centesimo di più. Riciclerà quello che c'è, e pazienza se gli atleti non staranno tutti insieme: sono tempi duri per tutti, si adeguino.

Una candidatura che salva le Olimpiadi?
La soluzione migliore sarebbe non fare queste Olimpiadi del 2026: seguire l'esempio di Innsbruck, Graz, Sion, che dopo i rispettivi referendum stravinti dal «No» si sono ritirate. E lo stesso accadrà per Stoccolma, quando ci sarà il cambio di Governo. Il triumvirato Torino-Milano-Cortina con ogni probabilità rappresenterà l'unica soluzione europea candidata, salvando di fatto gli stessi Giochi Olimpici.