18 settembre 2021
Aggiornato 15:30
Roma

Perché i 'campi rom' sono un problema tutto italiano

Oltre le polemiche di questi giorni, il punto sulla questione esplosa dopo le dichiarazioni di Salvini. Che rilancia: «Sul censimento dei rom non mollo»

ROMA - Dietrofront del dietrofront. Evidentemente le critiche ricevute sulla proposta di un censimento dei rom deve aver fatto cambiare idea a Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno, attaccato da ogni parte - soprattutto da sinistra -, rivede la sua posizione e rilancia: «Censimento dei Rom e controllo dei soldi pubblici spesi. Se lo propone la sinistra va bene, se lo propongo io è razzismo. Io non mollo e vado dritto! Prima gli italiani e la loro sicurezza». Il messaggio del leader della Lega sulla sua pagina Facebook è un vero e proprio grido contro i «benpensanti», come ama definirli, ma anche contro le istituzioni europee che nelle ultime ore hanno avvertito il ministro dell'Interno dell'incostituzionalità di un simile provvedimento. Nel mirino soprattutto le eventuali espulsioni: «Non si può in regola generale espellere un cittadino comunitario su base etnica» ha affermato un portavoce della Commissione europea, Alexander Winterstein, interpellato a più riprese durante la conferenza stampa di metà giornata a Bruxelles sulle regole comunitarie alla luce delle dichiarazioni del ministro dell’Interno Italiano.

L'analisi della problematica
Quante volte abbiamo sentito parlare di «emergenza rom»? Partiamo da un dato semplicemente numerico: in Italia non c'è nessuna 'invasione'. Sono infatti 'solo' 26mila (pari allo 0,04% della popolazione italiana, una delle più basse in Europa) - a fronte di un totale (stimato) compreso tra 120 e 180 mila presenze - i cittadini di origine rom e sinta in emergenza abitativa che vivono in baraccopoli formali e informali o nei centri di raccolta monoetnici. Numeri che - se affrontati con serie politiche - non dovrebbero rappresentare un problema. Peccato però, come più volte ha denunciato direttamente l'Associazione 21 luglio, una delle più attive sul tema dell'inclusione sociale delle persone di etnia rom e sinta, che tutte le politiche messe in campo fino a oggi per il superamento dei campi siano state «inadeguate» e «senza orientamento strategico e coordinamento nazionale». Soprattutto, ed è qui che Salvini - al netto delle modalità con cui penserà di risolvere la situazione - ha centrato il punto. Perché il vero problema sono i campi rom. Un problema tutto italiano visto che nessun altro Paese europeo può 'vantarsi' dei nostri numeri.

Il problema dei 'campi rom'
Non 'i rom' ma 'i campi rom'. Perché quello sono il vero problema, come rilevato anche per il 2017 (ultimo report disponibile effettuato dall'Associazione 21 luglio) citando il giudizio degli Enti internazionali ed europei di monitoraggio sui diritti umani. L'Italia, infatti, «continua a essere il Paese dei campi, perseverando nell'ultizzo di politiche discriminatorie e segreganti nei confronti delle popolazioni rom e sinte presenti sul territorio nazionale oltre che nelle persistenti operazioni di sgombero forzato. Il risultato delle politiche messe in campo fino a oggi e finite nel mirino di Matteo Salvini - che ha attaccato soprattutto i governi «di sinistra» - è aver contribuito a creare 148 'ghetti', vere e proprie baraccopoli 'ufficiali', distribuite in 87 comuni di 16 regioni da Nord a Sud, per un totale di circa 16.400 abitanti, mentre 9.600 è il numero di presenze stimato all’interno di insediamenti informali. 

Di che nazionalità sono i rom presenti in Italia
A fine 2017 nel nostro Paese risultavano ancora attivi solo 2 centi di accoglienza 'monoetnici', entrambi riservati alla comunità rom per un totale di 130 residenti: uno a Napoli e uno a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia. Dal censimento effettuato nei campi ufficiali (e in molti di quelli informali) è emerso che - ma si tratta ovviamente di una stima - il 43% dei rom è di cittadianza italiana. Sono 9.600 i rom originari dell'ex Jugoslavia ma di questi, il 43% (circa 3mila) a rischio apolidia. Quindi ufficialmente senza nazionalità. Nelle baraccopoli informali e nei micro insediamenti, infine, vivono nell’86% dei casi cittadini di origine rumena.

Dove sono le 'baraccopoli' dei rom
Le più grandi baraccopoli informali sono concentrate nella Regione Campania mentre la città con il maggior numero di baraccopoli formali (17) è Roma, che è anche quella con il maggior numero di micro insediamenti informali (circa 300). Il 24% della popolazione totale risulta presente in 4 mega insediamenti: Borgo Mezzanone (Foggia), Scampia (Napoli), Camping River (Roma) e Germagnano esterno (Torino). 

Cosa dice la legge in materia di 'espulsione dei rom'
Quando Matteo Salvini dice di voler chiudere tutti i «campi nomadi irregolari» dice ovviamente una cosa possibile da fare seguendo ovviamente delle regole. Il problema è quando annuncia l'obiettivo di «espellere i rom stranieri». Per fare un esempio i rom presenti nei cosiddetti campi nomadi irregolari sono come detto, secondo sempre una stima, circa 9.600. E tutti sono cittadini comunitari: l'86% di nazionalità rumena e il 14% di nazionalità bulgara. E in quanto cittadini comunitari non possono essere 'espulsi' in quanto - come spiega sempre l'Associazione 21 luglio nel suo report annuale - «è diritto di tutti i cittadini dell’UE e dei loro familiari circolare e soggiornare liberamente all’interno dell’UE». Inoltre, «i provvedimenti di allontanamento devono essere valutati e decisi singolarmente assicurando le garanzie procedurali […] mentre le espulsioni di massa sono proibite dalla Carta dei diritti fondamentali e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali».

Quando e come si possono sgomberare i 'campi rom'
Il Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite ha specificato come gli sgomberi possano essere effettuati esclusivamente come ultima risorsa, dopo aver esaurito tutte le altre possibili alternative, e solamente quando vengano predisposte delle appropriate garanzie procedurali55, quali:

  • Una genuina ed effettiva consultazione con gli interessati;
  • La previsione e l’accesso a vie di ricorso legale e la possibilità di ottenere una compensazione adeguata per la perdita di beni privati;
  • Un preavviso congruo e ragionevole riguardo l’operazione e informazioni adeguate sulle modalità dell’operazione;
  • La presenza di rappresentanti istituzionali e la possibilità di identi care tutti coloro che conducono lo sgombero;
  • Il divieto di condurre lo sgombero durante le ore notturne o in condizioni meteorologiche avverse;
  • La predisposizione di soluzioni alternative abitative adeguate per coloro che non sono in grado di provvedere a loro stessi;
  • Il divieto di rendere senza tetto le persone interessate dallo sgombero né di renderle vulnerabili a ulteriori violazioni dei diritti umani.

In questo caso bisogna fare attenzione anche ai termini: non tutti gli sgomberi effettuati con l’uso della forza sono 'sgomberi forzati'. Uno sgombero oggettivamente giustificato, condotto nel rispetto della dignità delle persone e che rispetta gli standard internazionali, anche nel momento in cui preveda l’utilizzo della forza – se necessario e proporzionato – è uno sgombero legittimo che non infrange il divieto di sgomberi forzati. Al contrario, operazioni di sgombero che non prevedono l’utilizzo della forza, ma effettuate in assenza delle appropriate salvaguardie procedurali, costituiscono a tutti gli effetti degli sgomberi forzati.