4 agosto 2020
Aggiornato 21:30
E' in crescita il fenomeno delle ronde di quartiere

Sicurezza, parla il Vice Questore: «Ecco perché lo Stato ha fallito. Ora tocca ai cittadini»

Dalla strage del Tribunale di Milano al funerale dei Casamonica passando per il kalashnikov alla stazione Termini, le falle del sistema sono state troppe. Ne abbiamo parlato con il Vice Questore aggiunto della Polizia di Stato - Dirigente sindacale PNFD - Polizia nuova forza democratica, Filippo Bertolami.

L'intervista al Vice Questore della Polizia di Stato Filippo Bertolami.
L'intervista al Vice Questore della Polizia di Stato Filippo Bertolami. Shutterstock

ROMA - Nella Capitale, come in altre numerose città italiane, stanno nascendo le «ronde di quartiere»: un fenomeno in crescita esponenziale che ci pone di fronte ad alcuni interrogativi importanti che riguardano la nostra sicurezza nazionale. Ne abbiamo parlato con il Vice Questore aggiunto della Polizia di Stato - Dirigente sindacale PNFD - Polizia nuova forza democratica, che ha ben 24 anni di servizio alle spalle svolti tra le questure di Milano, Genova e Roma, e ha concesso un'intervista al Diario di Roma.

A Roma, così come in altre numerose città italiane, soprattutto nel Nord Italia, stanno nascendo le ronde di quartiere. Secondo Lei è un fenomeno preoccupante?
«Sicuramente dobbiamo partire da un dato di fatto: la società civile ha percepito l’inceppamento della pubblica sicurezza, e quando la percezione di insicurezza da parte della cittadinanza è alta si ripresenta ciclicamente questo fenomeno delle ronde. Le falle ci sono e sono falle oggettive, che dipendono soprattutto dalla riduzione del 30% degli effettivi delle forze sul territorio, riconducibile agli ultimi 10-15 anni. Questi effettivi sarebbero dovuti essere sostituiti da attrezzature tecnologiche che sono costate – e continuano a costare – moltissimo anche in termini di manutenzione, ma che purtroppo non funzionano.»

Per questo stanno aumentando le ronde di quartiere?
«Quelle falle del sistema, evidenti a tutti, hanno scosso la società civile che in questo modo prova a dar voce al proprio disagio. Occorre, però, a questo punto fare una distinzione fondamentale:  il termine «ronde» ha un'accezione negativa, ma in realtà negli ultimi anni c'è stata un’evoluzione positiva della partecipazione dei cittadini nel coadiuvare le forze dell'ordine, e che corrisponde a un principio costituzionale ed europeo, quello della «sussidiarietà orizzontale». In base ad esso i cittadini, in forma singolare o associata, possono coadiuvare le forze dell'ordine nel garantire la pubblica sicurezza.»

Lo chiamiamo «principio di sussidiarietà», ma non si tratta di un modo per indorare una pillola amara dato che la nascita delle ronde di quartiere implica per sua natura il fallimento da parte dello Stato nel garantire la sicurezza dei suoi cittadini?
«E' innegabile che si sia verificato un fallimento da parte delle istituzioni nel garantire la pubblica sicurezza. Siamo tutti a rischio terrorismo e non solo: tanti sono i fenomeni di micro e macro criminalità presenti sul nostro territorio. E troppe sono le falle nel sistema».

Queste falle del sistema a cose sono dovute?
«A una mancanza di coordinamento, soprattutto, tra le forze in campo: perché non è vero che sono poche, sono tante. C'è una gestione non razionale e non coerente delle risorse. Faccio un esempio: queste nuove tecnologie che, a partire dagli anni Novanta, avrebbero dovuto sostituire il poliziotto o la macchina della volante, sono state un investimento fallimentare.»

Di quali tecnologie stiamo parlando, di droni ad esempio?
«Mi permetta di chiudere subito il capitolo droni, perché butterei altra benzina sul fuoco. I droni sono una faccenda preoccupante, giacché possono essere utilizzati non solo dalle forze dell'ordine ma anche da malintenzionati con drammatiche conseguenze. Dicono che «è tutto sotto controllo», ma per il momento non siamo ancora veramente preparati a gestire un simile pericolo. Basti pensare che recentemente quando sono stati avvistati droni, anche nel pieno centro di Roma Capitale come a Castel Sant’Angelo o al Colosseo, non lo si è dovuto a sistemi tecnologici asseritamente «perfettamente funzionanti» o all’intelligence, bensì a segnalazioni visive di pattuglie sul territorio, spesso della Polizia locale."    

Parliamo allora delle falle nel sistema. Lei ricorderà l'episodio di quel padre che un paio di mesi fa scatenò il panico alla stazione Termini di Roma perché andava in giro con un fucile giocattolo. Se fosse stato vero avrebbe potuto fare una strage: come è potuto accadere che nessuno l'abbia fermato?
«Posso farle un lungo elenco delle falle nel sistema degli ultimi mesi. Partiamo dall'incursione nel Tribunale di Milano di quell'uomo che ha compiuto una strage: ha potuto farlo perché non ha funzionato la tecnologia. Ricorderete anche il funerale dei Casamonica a Roma, e nessuno sembra essersi accorto di nulla. Poi anche il caso di Termini. E' potuto accadere perché c'è una cattiva organizzazione: a Termini possiamo anche mettere mille nuove telecamere, ma poi chi le controlla a monte? Ammesso che funzionino, perché spesso non funzionano. Parliamo dei due evasi da Rebibbia: sono potuti fuggire anche perché non funzionavano le telecamere. Le risorse presenti sul territorio nazionale ci sono: sono tante e ben preparate, le risorse tecnologiche sono altrettanto presenti. Ma bisogna migliorarne la gestione.»

Torniamo alle ronde. Alla luce di tutto ciò, è un fenomeno positivo o negativo?
«Lo Stato ha fallito e purtroppo è in affanno. Non dobbiamo assolutamente creare allarmismi e non dobbiamo buttare benzina sul fuoco, ma da qui a dire – come dicono in tanti – che è tutto sotto controllo significa essere lontani anni luce dalla realtà. Ecco allora che noi, come sindacato di Polizia, cerchiamo di interfacciarci con la società civile allo scopo di svolgere anche una funzione di comunicazione, informazione e formazione per rispondere concretamente a queste difficoltà. Il principio di sussidiarietà non è un modo per indorare la pillola, ma un principio giuridico  del quale possiamo avvalerci per dare una risposta ai bisogni dei cittadini.»

Per esempio come?
«Formando i cittadini stessi. Ad esempio, già solo sapere come effettuare una chiamata d'emergenza è molto importante, perché c'è ancora molta disinformazione anche in merito ai numeri da contattare e cosa bisogna riferire. Altra cosa: come comportarsi in una situazione sospetta: cosa fare o non fare. Se tutti i cittadini, senza naturalmente fare né i supereroi né la caccia alle streghe, avessero nozioni di cultura della pubblica sicurezza potrebbero aiutare moltissimo le forze dell'ordine.»

Voi del sindacato di Polizia state organizzando proprio per questo corsi ad hoc. Quando partiranno e dove possono reperire informazioni al riguardo i cittadini romani?
«C'è un pool di esperti del nostro sindacato PNFD – Polizia nuova forza democratica che sta lavorando al progetto, ma ci teniamo a fare le cose per bene perché questi corsi non vanno improvvisati. Stiamo lavorando a quest'idea già da un paio di mesi e ora i tempi sono maturi per concretizzarla. I sistemi democratici evoluti non si spaventano dell'intervento della società civile nel garantire la pubblica sicurezza, anzi. Ma, affinché ci sia un intervento civico di un certo spessore e di una certa resa, serve una coscienza civile: i cittadini devono essere informati e formati, senza doppi fini ideologici né tanto meno economici. E' un obiettivo alto, ma ci stiamo lavorando. Solo così potremo dire di aver fatto del nostro meglio per evitare il peggio. Certo tutto si complica se non si inverte la tendenza dei vertici istituzionali che, anziché ascoltare e prevenire le disfunzioni che ormai sono sotto gli occhi di tutti, cercano di intimidire i poliziotti sindacalisti che ormai da anni segnalano inascoltati gravi problematiche e che, se non tacciono, vengono sospesi o addirittura destituiti».