12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Legittima difesa

Macché omicidio volontario, quello di Vaprio d'Adda è un delitto di Stato

Il colpevole morale dell'uccisione di quel rapinatore non è il pensionato Francesco Sicignano. Ma sono le istituzioni, che hanno fallito nel tutelare la sua sicurezza. Come quella di tutti gli altri cittadini italiani

ROMA – Nonostante il continuo bombardamento mediatico a suon di interviste, commenti e opinioni in libertà, confesso di averci messo una settimana a farmi un'idea precisa sul caso di Francesco Sicignano, il pensionato di Vaprio d'Adda che ha sparato e ucciso un rapinatore che stava per penetrare in casa sua. Invidio chi in questi giorni non è stato mai sfiorato nemmeno dall'ombra di un dubbio. E non mi riferisco, badate bene, ai politici che si sono squallidamente limitati a cavalcare la tigre all'inseguimento del facile consenso. Parlo dei filosofi da bar o da tastiera, che cinque minuti dopo il fatto già avevano emesso la loro sentenza: Sicignano è innocente, oppure è colpevole di quell'omicidio volontario per il quale è finito sotto indagine da parte dei magistrati.

Accecato dalla paura
Personalmente, queste certezze incrollabili io purtroppo non le ho. Da un lato, certo, come tutti coloro che non sono cresciuti nel far west, auspicherei per la comune sicurezza che di pistole in giro ne circolasse il minor numero possibile. Così come trovo francamente assurdo che in un paese civile sia necessario un esame di idoneità per ottenere la patente di guida ma non per il porto d'armi. Dall'altro, però, provo a mettermi nei panni di chi, come il pensionato vapriese, un'arma in casa la detiene legalmente. E, caricato della paura e della tensione di una rapina imminente, non può avere la lucidità di valutare se il ladro abbia in mano una torcia o un revolver, se si trovi ancora sulle scale o abbia già varcato la soglia. Non ce l'avrebbe nessuna persona comune, nessuno che non sia stato sottoposto ad un addestramento degno dei militari o delle forze dell'ordine.

La sicurezza che non c'è
Il punto, però, è che Francesco Sicignano ha semplicemente cercato di difendersi. E se è stato costretto a farlo con le sue forze è proprio perché, come tanti altri italiani, si è ritrovato solo, isolato. Beninteso, in uno Stato di diritto farsi giustizia da soli è ovviamente inaccettabile, ma è altrettanto inaccettabile che quello Stato di diritto non sia capace di tutelare l'incolumità dei propri cittadini, ovvero venga meno ad uno dei suoi compiti basilari. In natura ogni vuoto viene riempito: e così anche l'evidente vuoto di sicurezza in Italia è stato riempito dalle pistole, dalle armi per difesa personale, dai sistemi d'allarme, dalle inferriate che trasformano in galere le case dentro cui viviamo, noi che dovremmo essere a piede libero. E tutti quei politici che si affannano a inventarsi sparate sempre più roboanti, per guadagnarsi le prime pagine dei giornali, farebbero meglio invece a fare ciò per cui li paghiamo profumatamente, ovvero risolvere questo problema alla radice: rendendo più snella la macchina della giustizia, più certe le pene per i delinquenti e più efficaci quelle forze di polizia che oggi non hanno nemmeno i soldi per comprarsi la benzina da mettere nelle volanti. Troppo facile puntare il dito contro l'anello più debole, come quel pensionato, vittima non solo del rapinatore ma anche di un intero sistema che non lo tutela come dovrebbe. Per questo Sicignano andrebbe assolto. E, al posto suo, condannato lo Stato italiano, che per la sua negligenza è moralmente l'unico colpevole di quell'omicidio. Le istituzioni devono sapere di avere un altro morto sulla loro coscienza. Anche se si trattava di un criminale.