Intervista al Presidente Censis, Giuseppe De Rita

La salvezza dell’Italia? Mettere insieme

«L’unica strada da seguire è quella di mettere insieme. Questo è lo sforzo che tutti devono fare per uscire dalla mucillagine in cui si trova la società italiana»

ROMA - Tre cose che funzionano in Italia? Nel piccolo qualcosa c’è, ma nel macro è difficile trovarle. Ma in fondo di cosa è malato il Bel Paese? Di 50 anni di soggettivismo portato fino alla nausea. Questo è un breve riassunto dell’intervista al Presidente del Censis, Giuseppe De Rita, pubblicata dal mensile 50&Più sul numero di ottobre 2011.

Di seguito alcuni dei passaggi più salienti dell’intervista al presidente De Rita.

L’ultimo Rapporto Censis ha ripreso il concetto di società italiana immersa nella mucillagine. Con Gold Age 2011, 50&Più afferma che la riscoperta della virtù, dell’impegno personale al massimo grado, può farci emergere da questa poltiglia. Lei cosa ne pensa?
Siamo una società in cui i singolo fili, i singoli elementi, non si integrano tra loro. Il rapporto solidale, di collegamento, o banalmente di relazione non si attua. Quindi siamo una società mucillagine perché non abbiamo relazione, perché viviamo ognuno per conto proprio e quindi siamo destinati, pensando che comunque ognuno di noi se la cava, alla poltiglia. La poltiglia è il risultato del rifiuto dell’integrazione con l’altro.

Per uscire da questo stato di mucillagine, quale può essere il ruolo delle istituzioni, della politica, dei corpi intermedi?
L’unica strada da seguire per uscire da questa condizione è quella di mettere insieme. Questo è lo sforzo maggiore che devono fare le organizzazioni sociali, le organizzazioni di volontariato, i sindacati, le associazioni di categoria, la Chiesa, tutti e dico tutti, devono mettere insieme. La capacità di mettere insieme la possiamo trovare nel piccolo dove è più facile impegnarsi per un obiettivo comune, ma quando parliamo di organizzazioni di grandi dimensioni, la tentazione è la dichiarazione a effetto del leader, la grande chiamata in causa, il grande convegno, ma il mettere insieme è quello che manca.

Ma la politica e le Istituzioni non possono «mettere insieme»?
Sarebbe il loro compito precipuo. Ma non lo fanno, anzi dividono, disarticolano. Basti pensare al partito. Una volta il partito aveva questa dimensione del mettere insieme. Oggi, in pratica, un partito non è capace di mettere insieme niente, c’è la dichiarazione del leader e i sotto leader fanno dichiarazioni incrociate, ma non si capisce se stanno insieme o no.

Se dovesse indicare tre cose che funzionano in questo Paese, quali indicherebbe?
E’ difficile pensare che ci siano cose talmente ben organizzate da dire che funzionino. Alcune zone di tecnocrazia o di azienda funzionano. Funziona bene la Banca d’Italia, ma è anche vero che  questa negli ultimi 10 anni - con l’arrivo dell’euro -  ha dimezzato le sue responsabilità, quindi funziona, ma su una sfera di responsabilità limitata. Parte delle chiese locali funzionano. Ma la Chiesa italiana funziona? Le centinaia di vescovi, la Cei, funziona in un modo tale da essere significativa e definitiva? No, forse no. Ritengo che le cose che funzionano in Italia possiamo trovarle a livello micro. Mentre invece se dovessi dire cosa funziona a livello macro, direi lo Stato certamente no, la politica certamente no, perché c’è una incapacità italiana di ragionare sulle grandi cose. Quindi tre cose che funzionano bene in Italia è difficile trovarle.

Qual è la vera malattia di questo Paese?
In questi ultimi anni abbiamo esplicitato la nostra soggettività fino alla nausea e oggi non ci basta più. Questa è la vera  malattia. C’è questa specie di stanchezza collettiva, questa mancanza di fiducia; e questa specie di disfacimento della voglia di impegnarsi deriva dal fatto che tutto quello che volevamo individualmente lo abbiamo ottenuto e adesso, magari, dobbiamo difenderlo dall’inflazione o dalla patrimoniale, mentre invece le cose che servivano a tutti non le abbiamo fatte.