28 gennaio 2020
Aggiornato 01:30
Discorso alla Camera

Berlusconi sceglie la fiducia: non finirò come Prodi

Il Pdl convinto di avere la maggioranza anche senza Fli: almeno 317. Berlusconiani ottimisti: «Da domani avremo esecutivo più forte»

ROMA - Non voglio fare la fine di Prodi, non voglio che il mio governo sia appeso a 7 risoluzioni diverse, con i voti per parti separate, con le ambiguità della vecchia politica: o votano sì, o votano no. Alla fine Silvio Berlusconi sceglie quella che i suoi chiamano la «linea della chiarezza, anche al prezzo di rinunciare a qualche voto in più che con la semplice risoluzione sarebbe potuto arrivare». Perchè in ogni caso, giurano tutti i partecipanti al vertice, la maggioranza ci sarà comunque, anche al netto dei finiani: «Stiamo tra i 317 e i 320 - dice un dirigente del Pdl - e con i voti di Fli siamo oltre i 350 voti: che cosa si può volere di più?».

Il problema è che a 317 ci si arriva solo con i 5 voti dell'Mpa: a metà pomeriggio, da via dell'Umiltà ancora spiegavano che l'obiettivo erano i 316 «senza Fli e senza Mpa». Obiettivo che sembrerebbe fallito, e dunque nonostante i successi dell'ultimo giorno di campagna acquisti (cinque deputati Udc e due Api) ai voti di Futuro e Libertà, Berlusconi non può ancora rinunciare: tutti assicurano che il discorso su cui il premier chiederà la fiducia sarà «alto e programmatico», e farà riferimento agli ormai famosi 5 punti ma declinati in maniera soft. Ecco allora che sulla giustizia il premier eviterà di parlare del ddl intercettazioni, così come non farà accenni al ddl del processo breve o a legittimo impedimento e Lodo. Meglio «volare alto», parlare di separazione delle carriere, dei 9 milioni di cause pendenti e della necessità di una «ragionevole durata dei processi», evitando di fare riferimenti a precise scelte legislative. Insomma - a meno che domani non ci scappi la scintilla che possa incendiare il clima - niente provocazioni verso i finiani; mentre il nome di Gianfranco Fini il premier non dovrebbe mai pronunciarlo, anche se - spiega un capogruppo parlamentare del Pdl - affronterà la situazione della maggioranza «senza fare sconti a nessuno».
Pallottoliere alla mano, dunque, i voti sicuri per la fiducia sono i 295 di Pdl e Lega, i 5 di NoiSud, altri 5 provenienti dall'Udc, Francesco Nucara e Francesco Pionati, 3 Liberaldemocratici, e il nuovo arrivo Bruno Cesario: per un totale di 311 deputati. Con i 5 dell'Mpa si arriva alla fatidica soglia di 316. Si potrebbe aggiungere anche il voto di Massimo Calearo, e in molti assicurano che qualche altra sorpresa arriverà anche domani. Magari anche solo sotto forma di astensione, «che però - dice un ministro - col tempo potrebbe diventare sostegno pieno».

I berlusconiani più ottimisti, dunque, sono convinti che domani uscirà dalla Camera «un governo più forte», con i nuovi ingressi «vincolati alla maggioranza da un esplicito voto di fiducia e non da una semplice risoluzione». E in più, «con i finiani ancora dentro la maggioranza ma non determinanti e sempre più divisi». Perchè di sicuro, oltra alla versione ufficiosa che viene divulgata da palazzo Grazioli, nella decisione presa al vertice hanno pesato almeno altre due valutazioni.

Prima di tutto, il dubbio che qualcuno dei deputati dati per certi potesse alla fine ripensarci: se Berlusconi avesse optato per la rottura con Fli - spiega uno dei partecipanti al vertice - a quel punto sarebbe stato troppo tardi e si sarebbe aperta una crisi al buio. Ma anche nel caso in cui la maggioranza ci fosse stata comunque, ci si sarebbe trovati di fronte a numeri troppo risicati, con il rischio di dover contrattare ogni giorno il sostegno dei vari gruppuscoli: come Prodi, appunto. Uno scenario rispetto al quale la Lega continua a dire di preferire le elezioni anticipate.