L'ex capo di Gladio: Cossiga è l'unico che non ci ha «traditi»
Il ricordo del Generale Inzerilli, alle spalle una lunga carriera nelle Forze armate e nei servizi segreti: «Amici fino all'ultimo»
ROMA - Francesco Cossiga? L'unico politico di peso a non averli 'traditi'. Lo ricorda così, raggiunto telefonicamente da Apcom, il generale Paolo Inzerilli, per 12 anni a 'capo di Gladio, responsabile cioè della branca italiana della struttura di resistenza clandestina Stay Behind che avrebbe dovuto fare fronte a un'eventuale invasione sovietica dell'Europa occidentale. Alle spalle una lunga carriera nelle Forze armate e nei servizi segreti, Inzerilli ha dovuto affrontare una lunga vicenda giudiziaria per il presunto coinvolgimento di Gladio in attività eversive: ne è uscito senza una macchia ma con qualche rancore verso chi in quegli anni prese le distanze da una forza nata solo per «servire lo Stato».
Rapporto solido - Vi siete sentiti traditi dagli esponenti politici e di governo che hanno detto che non sapevano di Gladio? «Direi proprio di sì», risponde l'ex capo dei gladiatori. «Doppiamente: è stato svelato un segreto che riguardava la difesa del Paese, che oltretutto era concordata in ambito Nato, e tutti i paesi Nato avevano lo stesso sistema» Quanto al suo rapporto personale con Francesco Cossiga, il generale Paolo Inzerilli racconta: «I rapporti con lui sono nati quando io ero ancora in servizio, quando è scoppiato il caso. Fui contattato da Cossiga che voleva essere aggiornato su quello che stava succedendo, anche perché doveva essere sentito dal Copaco e anche dalla commissione stragi». Un rapporto che è rimasto solido anche negli anni successivi sul piano umano, «sono andato a trovarlo spesso e volentieri a casa, per parlare delle problematiche dei gladiatori e dell'associazione Stay Behind (di cui Inzerilli è presidente onorario, ndr). Fino a pochi giorni fa, sapevo che stava male e chiamavo spesso».
Cossiga difese sempre la legittimità di Stay Behind e la correttezza dell'operato dei suoi membri, ma la gratitudine dei 'gladiatori' è legata soprattutto a quello che il generale chiama «il suo grosso exploit»: l'autodenuncia come 'complice' dell'organizzazione. «Quando l'ammiraglio Martini e io fummo indiziati di reato e messi sotto processo lui si autoaccusò, per cui siamo finiti tutti e tre davanti al tribunale dei ministri».