28 ottobre 2021
Aggiornato 22:00
Intervista al nuovo segretario di Rifondazione comunista

Ferrero: «Chiedo a tutto il Prc di sostenere la svolta a sinistra»

«Noi estremisti? Per Veltroni è estremista anche Rosy Bindi. Vendola? Il pluralismo è un arricchimento, il correntismo è un impoverimento»

Se gli chiedi se ha il torcicollo, Paolo Ferrero sgrana gli occhi come chi non ha capito la domanda. Perché il neosegretario di Rifondazione comunista, ovviamente, respinge al mittente le critiche di chi ritiene che sia finita la storia del Prc e che, dopo il congresso di Chianciano, il partito nato diciassette anni fa stia facendo un salto all'indietro. «Se c'è una cosa finita è questa parentesi di collaborazione organica con il Pd. Per me il vero strappo con la storia di Rifondazione comunista è stato andare al governo con forze moderate come l'Udeur o fare l'accordo al primo turno con Rutelli a Roma. Proseguire con questa linea politica sarebbe stato il suicidio del Prc. Il problema non è più ricostruire un centrosinistra, ma, attorno e con Rifondazione comunista, una sinistra in grado di rappresentare l'opposizione sulle questioni sociali, democratiche e morali».

Dicono di lui che è spartano, anche a causa della sua fede valdese. E subito penso che esagera quando mi riceve, al terzo piano dello stabile che ospita la direzione del partito, in una piccola stanza senza aria condizionata e con sulla porta la targa con un altro nome. Questo vuol dire essere un «valdo-marxista», come qualche giornale ti ha ribattezzato? «Mah - si schermisce - sono credente, nato in una famiglia valdese e di sinistra «non targata». Sono diventato marxista, e poi comunista, sui banchi di scuola, nel '76-'77, come molti della mia generazione».

Per la cronaca, il neosegretario di Rifondazione comunista, piemontese, ha 48 anni, due figli, suona il pianoforte e non ama, dicono, borse e vestiti di marca. Nel '79, appena uscito dall'istituto tecnico, entra nella Fiat come operaio metalmeccanico e nell'80 è obiettore di coscienza: «La nonviolenza l'ho scoperta un po' di anni fa; per me, è un valore da sempre».

Hai detto che andrai meno in tv...
Il problema non è andare meno in televisione, ma non pensare che il rapporto tra noi e la nostra gente passi esclusivamente per la comunicazione televisiva. La tv è necessaria, nessuno pensa il contrario. Ma c'è un altro lavoro da fare: stare tra la gente in carne ed ossa e misurarsi con i problemi reali del vivere quotidiano. La tv è un pezzo della propaganda e il nostro lavoro non si può ridurre ad essa. Dobbiamo affrontare problemi concreti e costruire risposte a questi problemi; dobbiamo evitare che la politica si riduca a presenza nelle istituzioni e mera propaganda, ma sia lavoro sul territorio, nei luoghi di lavoro, come ha sempre fatto il movimento operaio, come abbiamo fatto da Genova in poi. Dobbiamo migliorare quel modello.

Ma come si fa a fare il segretario di un partito spaccato a metà?
Si fa lavorando onestamente per una gestione unitaria del partito. Domenica ho proposto che il tesoriere del partito, che ha votato la mozione Vendola, resti al suo posto e sono contento che abbia accettato: domani avremo un primo incontro. A settembre proporrò anche a tutte le mozioni di entrare in segreteria. Che non è un invito a sedersi su uno strapuntino, ma ad assumersi responsabilità concrete. E si fa mettendo in campo con determinazione nettissima la linea politica decisa al congresso, dopo mesi di discussioni interne e un lungo periodo di progressiva passivizzazione. Insomma, facendo uscire il partito dalle sue stanze. Il congresso ha deciso una linea chiara, ne propongo la gestione unitaria.

Ma Vendola ha già detto che non entrerà in nessun organismo dirigente. La «Rifondazione per la sinistra» sarà una spina nel fianco?
Vedremo nel concreto. Io considero il pluralismo una ricchezza, se non è correntismo. Il partito nel partito, al contrario, lo giudico un impoverimento. Sarei perplesso se chi vuole l'unità della sinistra poi, per esempio, proponesse una manifestazione solo della sua corrente.

Dicono che in realtà volevi fare il segretario fin dall'inizio; che sei stato «furbetto» e hai impedito l'accordo con la mozione che aveva il 47% dei voti.
Ho sempre detto che prima bisognava discutere di politica e non fare una sorta di primarie. Sarebbe stato un plebiscitarismo, questo sì, sbagliato. Quanto all'accordo, ci è stata proposta come base la relazione di Nichi Vendola. Che è legittimo, ma non era una posizione condivisibile e non diceva una parola sulla necessità di una svolta a sinistra dopo l'esperienza del governo Prodi. Erano linee politiche diverse e c'era un rischio che andava evitato a tutti i costi: produrre un documento ambiguo in cui non si capiva niente, lasciando Rifondazione nel pantano. Nessuna delle mozioni ha avuto la maggioranza assoluta e compito del congresso era determinare una sintesi. Questo è stato possibile con le altre mozioni ma non con la due.

Ma è vero o no che la maggioranza che ha vinto il congresso è eterogenea? Quale progetto politico la tiene insieme?
Intanto ricordo che questa maggioranza è meno eterogenea di quella che sostenne Bertinotti contro Cossutta nel '98: c'era, per esempio, l'area di Sinistra critica che oggi è fuori dal Prc. Ma, battute a parte, le quattro mozioni si sono ritrovate su un progetto politico chiaro, che nel documento votato dal congresso si articola in tre punti fondamentali. Il primo: si riparte da Rifondazione comunista, come partito (le tesi della conferenza di organizzazione di Carrara) e come progetto politico (il tema della rifondazione comunista e della trasformazione radicale della società). Il secondo: rilancio a partire da un nuovo lavoro nel sociale. La Sinistra arcobaleno ha perso perché era un'unità di ceti politici fuori dalla società. Il che significa riscoprire il senso pieno della parola politica: non solo stare nelle istituzioni, ma costruire lotte e mutualismo, come era nel movimento operaio. E terzo: svolta a sinistra. Cioè riprendere piena autonomia dal Pd. Non vogliamo essere l'estrema sinistra di un partito liberale, ma il partito di un nuovo movimento operaio che si pone il problema della trasformazione della società. Il nodo deve essere la costruzione dell'opposizione a Berlusconi e Confindustria a partire dalla difesa del contratto nazionale di lavoro. E in questo lavoro di costruzione, fondamentale è tenere insieme questione sociale, questione morale, questione democratica.

Ti riferisci alle polemiche su Di Pietro che hanno tenuto banco nel dibattito congressuale?
Il mio lavoro è far sì che sia il Prc a convocare una piazza e non partecipare alla manifestazione di altri con cui non si condividono molte questioni. Dire che sono un giustizialista è una stupidaggine. Semplicemente penso che la sinistra non può stare a guardare, deve muoversi e giustamente mostrare la propria indignazione contro le leggi vergogna di Berlusconi. Meglio Piazza Navona che niente. Ripeto: il nostro vero problema è farla noi la manifestazione. E ne approfitto per respingere l'accusa di essere un plebeista. Dico solo che non si può separare la politica dal sociale. Questa sì sarebbe una visione subalterna. Bisogna socializzare la politica per politicizzare il conflitto sociale.

Che vuoi dire?
A noi serve una politica nell'accezione più larga, che sappia padroneggiare la complessità dell'agire politico. Per noi comunisti politica vuol dire trasformazione della realtà, sia quando lavoriamo nelle istituzioni, che quando lavoriamo nella società. Considero pericolosa l'autonomia della politica (tipica della sinistra moderata), dove i ceti dirigenti si sentono liberi di fare quello che vogliono. La politica come arte della governabilità, come fatto separato dalla società, non c'entra niente con il comunismo. Cos'era il Pci quando aveva due milioni di iscritti? Non era certo quello degli eletti, ma quello che lavorava nei quartieri, nelle fabbriche. I consiglieri erano i terminali della lotta che si faceva sul territorio (mi viene in mente la battaglia contro la legge truffa). Non è quello che abbiamo fatto dopo Genova? Invece, gli ultimi due anni hanno indotto nel Prc modifiche non consapevoli di cultura politica. E' vero che la critica alla casta è egemonizzata dalla destra e dalla Confindustria, ma non possiamo far finta di niente. O facciamo nostra la critica, da sinistra, o siamo muti. Non a caso proponiamo di attuare le decisioni prese a Carrara, come la rotazione delle cariche e la non cumulabilità degli incarichi.

Il Pd è preoccupato. Veltroni dice che hanno vinto «le posizioni più estreme». Vuoi far cadere tutte le giunte di centrosinistra?
Hanno vinto posizioni di sinistra. Non c'è nulla di estremista. Chiediamo cose semplici come la giustizia sociale, la liberà, il rispetto dell'ambiente e l'allargamento dei diritti. Mi viene da dire che chi ha iniziato la legislatura con l'abbraccio a Berlusconi dovrebbe considerare estremista pure Rosy Bindi e la dottrina sociale della Chiesa. Ed è una stupidaggine l'idea che faremo cadere tutte le giunte locali. Sono boatos frutto di una campagna tesa a deformare la nostra posizione, come quasi su tutto. Quello che diciamo è che, nel rispetto dei livelli locali di decisione, occorre fare una ricognizione della nostra attività istituzionale, per verificare se è coerente con la nostra linea politica. Cioè se dà risposte alla domanda sociale, visto che gli enti locali sono il primo interlocutore del cittadino (si pensi alla casa, agli asili nido, alle rette, ecc) e il loro potere è via via aumentato con il federalismo. Per come la vedo io, le giunte di centrosinistra si devono distinguere nettamente da quelle di destra. In alcune questa differenza è esigua. Lunga vita, quindi, alla giunta pugliese, ma ritengo sbagliato rientrare nella giunta della regione Calabria.

Liberazione 29/07/2008