24 settembre 2018
Aggiornato 01:30

Gli incubatori di startup in Italia, sicuri di saperne abbastanza?

Pochi gli incubatori che investono capitale di rischio nelle startup incubate. Per la maggior parte partoriscono aziende a forte impatto sociale
Gli incubatori di startup in Italia, sicuri di saperne abbastanza?
Gli incubatori di startup in Italia, sicuri di saperne abbastanza? (Shutterstock.com)

TORINO - Partoriscono prevalentemente realtà a forte impatto sociale, ma non investono granché in capitale di rischio. Sono questi i due dati significativi derivanti dal primo report sull’impatto sociale degli incubatori e acceleratori italiani, un’analisi condotta dal team di ricerca Social Innovation Monitor (SIM) del Politecnico di Torino, in collaborazione con Italia Startup e con il supporto di Cariplo Factory, Compagnia di San Paolo, Impact Hub Milano, Make a Cube³, SocialFare, e Social Innovation Teams (SIT). Uno spaccato che racconta gioie e dolori di quegli spazi (più o meno attrezzati) che dovrebbero permettere alle startup del nostro Paese di svilupparsi, al netto delle polemiche che li hanno visti coinvolti nell’ultimo anno. Lo scorso febbraio il famoso decreto del MISE che ha rivisto le regole per la costituzione degli incubatori introducendo il fatidico limite dei 500 metri quadrati, ha fatto andare in escandescenze l'intero panorama imprenditoriale italiano.

Gli incubatori, però, sono rimasti più «agenzie» che incubatori (e scusate il gioco di parole). Meno di un quarto degli incubatori ha investito capitale di rischio nelle organizzazioni incubate nel 2016. In particolare, non c’è stato alcun investimento da parte degli incubatori pubblici, mentre il 42.2% di incubatori privati ha effettuato investimenti. Il che significa che il 57,8% non li ha fatti. E c’è da dire che gli incubatori privati rappresentano ben il 60%, rispetto a al 15,4% di quelli aventi natura pubblica (1/5 degli incubatori possiede invece una compagine sociale che include soggetti sia pubblici che privati). Di fatto gli incubatori italiani sono scatole che ricevono affitti e commissioni dalle imprese locatarie, in cambio di uffici, servizi di supporto amministrativo, introduzione ai finanziatori, collegamenti con consulenti legali e contabili. Quando sono affiliati ad un incubatore universitario offrono supporto alla proprietà intellettuale, trasferimento di conoscenze dai docenti alle imprese che commercializzano la proprietà intellettuale dell'università e via di questo passo. Insomma, l’obiettivo degli incubatori dovrebbe essere fornire il know how. In questo articolo di Nicola Mattina, co-founder di Stamplay, il valore di un incubatore dovrebbe essere misurato «dopo», e gli indicatori sarebbero «il tasso di sopravvivenza delle startup, i fondi raccolti dopo il programma, la velocità di crescita e via di seguito». E quindi non i fondi che vengono investiti nelle startup medesime.

Certo è che alcuni incubatori, però, collaborano con certe piattaforme di equity crowdfunding per indirizzare le aziende che meglio si apprestano a raccogliere i capitali tramite questo strumento verso la strada giusta. Un esempio su tutti? il PoliHub di Milano e la piattaforma Crowdfundme. In questa intervista Stefano Mainetti ci aveva spiegato come operavano le due parti, nell’intento di favorire l’economia innovativa italiana. «Quello che facciamo è mettere sul campo le nostre conoscenze. Di fatto esistono startup più adatte al venture capital e startup che, invece, si apprestano meglio all’equity crowdfunding. Il nostro compito è quello di indirizzare startup e investitori nella direzione più ottimale a soddisfare entrambe le esigenze, indirizzandoli anche verso le piattaforme di equity crowdfunding più adatte».

Il report poi si focalizza sulla natura delle imprese incubate. Più della metà degli incubatori ha supportato organizzazioni a significativo impatto sociale. Analizzando i settori di appartenenza di queste organizzazioni, quello più rappresentato è legato alla cultura, alle arti e all’artigianato, mentre al secondo posto si trova il settore che include le organizzazioni che operano in ambiti legati alla salute e al benessere (18%). Per quanto riguarda il settore di attività, circa il 40% delle startup opera in servizi di informazione e comunicazione, mentre il secondo settore più rappresentato è legato ad attività professionali, scientifiche e tecniche (25,8%). Per finire, in termini di fatturato medio, quello delle startup a significativo impatto sociale, rispetto a quelle che non lo sono, è di poco inferiore (123 mila euro contro i 127 mila della controparte), tuttavia il numero di dipendenti medio risulta essere più elevato (2,6 contro 1,7).

Andando ad analizzare nel dettaglio gli incubatori che basano la propria mission sul supporto a organizzazioni a impatto sociale emerge che, in media, circa il 60% delle organizzazioni incubate è composto da imprese ibride. Per imprese ibride si intendono le imprese che, pur essendo for-profit, destinano parte degli utili a scopi sociali o hanno esplicitamente tra i propri obiettivi degli obiettivi sociali. «Gli incubatori italiani stanno crescendo e diversificandosi sia in termini di settori sia in termini di modelli di business - ha detto, in conclusione il Prof. Paolo Landoni del Politecnico di Torino, coordinatore della ricerca -. Particolarmente interessante è la scelta di un numero crescente di incubatori di focalizzarsi su imprese a significativo impatto sociale. Una specializzazione su questa tipologia di imprese e di incubatori potrebbe essere un elemento efficace di differenziazione per il nostro Paese».