31 maggio 2020
Aggiornato 05:30
pedaggio alle app

L'Agcom italiana vuole tassare WhastApp e Messanger

Queste app di messagistica online sfruttano le reti mobile e fisse pagate dalle tlc e i numeri di teelfono acquistati dallo Stato senza sborsare un euro. Il Garante vorrebbe far pagare alle app un pedaggio

Pagare tassa a WhatsApp
Pagare tassa a WhatsApp Shutterstock

ROMA - Una tassa per l’utilizzo delle infrastrutture appartenenti agli operatori di telefonia. E’ questo ciò che le piattaforme di messaggistica online come WhatsApp, Telegram e Messanger dovrebbero pagare per lo sfruttamento delle reti mobili e fisse pagate dalle tlc e dei numeri di telefono acquistati dallo Stato. Linea dura del Garante delle Comunicazioni che lancia la sua proposta: far pagare una tassa a WhatsApp, Messanger e Telegram poiché queste possano transitare sulle reti, pattuita attraverso una negoziazione e che sia oltremodo «equa, proporzionata e non discriminatoria», di modo che le società tlc non possano prendere le applicazioni per la gola, facendo morire quelle più piccole.

Un pedaggio per WhatsApp, Messanger e Telegram
Del resto, non si può dire che applicazioni come WhatsApp non abbiano generato una proficua perdita per le compagnie telefoniche che, secondo l’Economist, avrebbero perso oltre 50 miliardi di dollari per i mancati introiti causati dall’avida concorrenza che, almeno per WhatsApp, tocca il miliardo di utenti. Il pedaggio previsto da Agcom, tuttavia, potrebbe spingere le aziende che sviluppano queste applicazioni a preferire altri lidi, evitando del tutto il mercato italiano. Ed è per questo che il Garante potrebbe prevedere alle app l’accesso al borsellino del cliente in cambio di nuovi servizi a valore aggiunto. In parole povere le app potrebbero attingere al credito telefonico degli italiani.

Ma WhatsApp è davvero gratuito?
Che poi siamo abituati a concepire le applicazioni come WhatsApp totalmente gratuite. E di fatto lo sono, ma solo per certi aspetti. Sì, perché il loro modello di business esiste e si basa anche sulla profilazione dei loro utenti. Queste app, infatti, monitorano ogni nostra azione ricavandone un preciso trend in termini di gusti e di abitudini. Trend che vengono venduti ad altre aziende. Avete mai sentito parlare dei Big Data? Per certi aspetti i dati ricavati da queste app contribuiscono a creare altri modelli di business, ad esempio quelli delle grandi aziende che compiono operazioni in base al gusto dei consumatori. In questa ottica si pone anche il problema della privacy, decisamente navigato nell’ultimo periodo. Il Garante spiega che oggi le applicazioni non sono sottoposte alla nostra legge sulla privacy con un potenziale danno per le persone. La maggior parte degli italiani, infatti, scari9ca le app senza neppure informarsi sulle autorizzazioni concesse allo sviluppatore. Secondo il Garante, queste app, dovrebbero quindi dotarsi di un titolo abilitativo in Italia che imporrebbe loro di applicare la nostra legge sulla sicurezza dei dati. Non solo, perché dovrebbero aprire un call center in italiano per tutte le richieste e le proteste degli utenti. E rendere possibile la chiamata gratuita ai numeri d'emergenza (come il 112 e il 113). Sarà possibile?

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