24 agosto 2019
Aggiornato 07:30
I limiti del belpaese

Si può fare startup in Italia?

Quali sono i limiti del panorama italiano per la nascita e lo sviluppo di una startup? Lo abbiamo chiesto ad Alberto Giusti, business angel, ed esperto di web e crowdfunding

TORINO - Si può fare una startup in Italia? La domanda mi sorge spontanea vedendo quanti amici e conoscenti si approcciano a questo affascinante mondo, diciamolo, pieno di rischi e di incognite. Solo che non sarà diventata un po' una moda quella di diventare uno startupper? Del resto, ovunque ci giriamo c'è qualcuno che ha avuto un'idea o si è inventato qualcosa. Ma in Italia funziona davvero?

In Italia più incubatori che imprese
Dati alla mano, scopro che se da una parte sono 3711 il numero delle startup innovative iscritte alla sezione speciale del registro delle imprese, dall’altra il panorama italiano - e gli startupper - hanno ancora molto da imparare. E il cuore del problema è rappresentato, ad esempio, dai costi troppo alti (2,36 dipendenti in media contro 14,6 in media della Germania, per citarne una), valore della produzione media delle startup innovative (si aggira intorno ai 27mila euro l’anno) e l’incredibile incongruenza tra acceleratori/incubatori rapportati al numero di startup. Pensate che in Italia sono attivi oltre 100 incubatori/accelratori per 3711 startup a fronte dei 59 incubatori/acceleratori della Gran Bretagna che, tuttavia, regista un numero di imprese pari a 581.000! I conti non mi tornano. Allora mi chiedo: quali sono i limiti del panorama italiano quando si parla di innovazione?

Si può fare startup in Italia?
E così mi salta alla mente Alberto Giusti, business angel, esperto del web e che con il web ci lavora praticamente da quando questo è nato (in questo momento aiuta anche gli startupper dell’acceleratore torinese 42Accelerator). Mi dirigo da lui e gli faccio la fatidica domanda: ma si può fare startup in Italia?

Puntare subito al mercato globale
«Uno dei limiti del panorama italiano - mi risponde Alberto - è l’idea che il mercato del Belpaese di per sé basti per garantire lo sviluppo della startup. Il mercato italiano va bene per la prima fase di test che può durare un massimo di 6 mesi, poi è necessario subito puntare al globale e non aspettare i classici 2 o 3 anni».  Nei Paesi dove il mercato interno è più piccolo, di fatto, la logica delle startup è subito globale. Consiglio? Usare i 60 milioni di italiani per effettuare dei test del proprio prodotto che sia esso un servizio o prototipo fisico vero e proprio e passare immediatamente all’ottica mondiale.

Farsi affiancare sempre da esperti
«In Italia non ci sono abbastanza imprenditori seriali - continua Alberto - cioè soggetti che hanno già fatto startup, hanno avuto successo o hanno anche fallito, ma si sono poi rimessi in gioco per finanziare altre startup nascenti». Non stiamo parlando espressamente di soldi. Il lavoro del business angel in questo caso è fondamentale per ciò che attiene alla consulenza, all’aiuto dato a un team appena nato che si affaccia nel mondo dell’innovazione. Di fatto, il non avere una guida esperta, può in alcuni casi compromettere il risultato finale. Consiglio? Cercare di inserirsi in un panorama in grado di aiutare la startup a fare i primi passi e, soprattutto, a circondarsi di feedback - negativi e positivi - che possano anche far cambiare traiettoria, se il mercato lo richiede.