24 agosto 2019
Aggiornato 23:00
Attentato New York

«A New York il terrore è diventato routine»

La nostra giornalista Giulia Pozzi si trova da alcuni mesi a New York, a due passi da dove il terrorismo ha colpito ancora. Questo è il suo racconto

NEW YORK - Un risveglio fatto di terrore, di nuovo. Lunedì 11 dicembre, le prime luci del giorno hanno portato ancora paura per tanti newyorkesi, che si sono sentiti comunicare – o hanno testimoniato personalmente – che nella propria città era esplosa una bomba. E' trascorso un mese e 10 giorni circa dalla strage di Halloween, e per me, che sono a New York da due mesi, è il secondo attentato che mi colpisce da vicino. Senza ferire me, né persone a me collegate (per fortuna), ma certamente più da vicino di quanto non sia accaduto le tante altre volte in cui l'unico modo per capire quanto stava accadendo era accendere la Tv o il computer. In questi casi, invece, mi è bastato prendere un autobus per vedere la cruda realtà scorrermi davanti agli occhi. Entrambe le volte, un particolare mi ha colpito: ed è stato il senso imponente di straniamento, l'atmosfera paradossale e ossimorica che pervade New York quando una sua parte viene colpita in modo tanto barbaro.

Le due realtà
 
Che ci siano vittime o no – come, fortunatamente, nel caso dell'ordigno esploso ai terminal di Port Authority – la sensazione è quella di attraversare due realtà separate, che non comunicano tra loro ma, semmai, si sovrappongono. Una è la realtà «straordinaria», quella dell'emergenza, della tragedia, del terrore; l'altra è la realtà quotidiana, pervasa da un dissonante senso di normalità che resiste nonostante tutto. E' la sensazione che ho percepito violentemente oggi, mentre mi precipitavo sul luogo dell'attacco. Le metro congestionate o chiuse a causa di quanto accaduto mi hanno spinta a percorrere un lungo tratto a piedi lungo la 42esima strada, che, dal Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, conduce a Grand Central, a Bryant Park e alla Public Library, e via via fino a Time Square. E quello che mi scorreva davanti agli occhi era un'apparenza di assoluta, prepotente normalità. Tanti newyorkesi si affrettavano verso i propri luoghi di lavoro con lo stesso passo sostenuto di sempre, chi parlando al cellulare, chi consultando il proprio iPhone, chi ascoltando musica, chi sorseggiando il classico bicchierone di caffé, valido rimedio contro il freddo pungente di una giornata invernale e tersa nella Grande Mela. Le illuminazioni natalizie, i mercatini stagionali erano ancora lì, dove li avevo lasciati il giorno prima: niente di diverso dal solito. La Fifth Avenue come sempre invasa dai turisti desiderosi di fare shopping e Times Square, lungo la Broadway, sempre illuminata come l'eterno Paese dei balocchi. Dove i soliti Minnie e Topolino assaltavano, come ogni giorno, i turisti nel tentativo di ricavare una lauta mancia in cambio di una foto ricordo.

Strade nude di passanti
 
La prima avvisaglia a squarciare questo velo di apparente normalità era la «macchia nera» che colpiva a vista d'occhio i passanti nei pressi di Bryant Park: la macchia nera delle divise di tanti poliziotti, rigidamente schierati di fronte all'ingresso dell'Hilton Graden Inn. Quindi, tra la Sesta e la Settima Avenue, si veniva colpiti dai tanti veicoli della Polizia fermi nelle strade, rigidamente transennate o delimitate dal nastro giallo con la scritta «Do not cross» che tante volte avevo visto al telegiornale. A colpirmi, in prossimità di Port Authority, le sirene costanti, il rombo degli elicotteri e il deserto di asfalto in cui la bomba aveva trasformato le strade. A parte i poliziotti, gli agenti dell'FBI e i tanti giornalisti accorsi sul luogo, per il resto le strade erano quasi nude di passanti. Perlomeno, rispetto agli standard di New York. Solo un manipolo di curiosi era rimasto stoicamente a sfidare il gelo, accalcato al famoso nastro giallo. Tra loro, nessun pianto né scene di nervosismo: solo – almeno questo traspariva dall'esterno – curiosità. In effetti parlando con alcuni presenti, nessuno di loro pareva sconvolto da quanto accaduto. Un ragazzo si è definito più «infastidito» che «spaventato», e mi ha confessato di non avere comunque più timore, dopo questi due eventi, a New York di quanto non ne avrebbe a Chicago e in altre città degli Stati Uniti. E alla domanda se ritenesse che la gente si fosse ormai abituata ad attacchi del genere, la sua risposta è stato un deciso e prolungato annuire. Anche per una donna incontrata lì vicino eventi di questo genere sono ormai all'ordine del giorno: «Non è il primo, non sarà l'ultimo», mi ha detto con una lucidità quasi spaventosa. Nonostante ciò, ha sottolineato di continuare a ritenere New York, città dove è nata e cresciuta sua madre prima e lei poi, «un buon posto da visitare, e un buon posto dove vivere».

La routine del terrore
 
Nel rifare il percorso all'inverso, lungo la 42esima strada, e percependo all'incontrario la trasfigurazione della realtà da a-normale a quotidiana, mi sono chiesta più volte se la capacità di abituarsi anche all'apoteosi di quello che dovrebbe essere «extra-ordinario», lasciandosi per reazione cullare dalla routine – routine quotidiana, ma anche routine del terrore – sia una caratteristica peculiare della «pelle dura» dei newyorkesi – abituati a una città che offre sì tante opportunità, ma per altri versi spietata verso chi non può o non sa coglierle –, o sia piuttosto un istinto di sopravvivenza dell'uomo in quanto tale. Che, incapace di arrendersi all'orrore, finisce per addomesticarlo, normalizzarlo, per poterlo razionalizzare, comprendere, accettare. Ci sono popoli la cui unica realtà nota è quella della guerra e della violenza, che diviene in effetti la loro quotidianità: niente più di questo può far comprendere quanto il concetto di «normalità» sia relativo. Certo che, ad ogni modo, pensare al terrore come l'ultima, estrema «routine» occidentale continua a farmi venire i brividi.