11 dicembre 2019
Aggiornato 10:00
La diplomazia dell'alcol non funziona

L'ONU mette al bando gli ubriachi

Forse pensavano che un piccolo drink aiutasse a distendere gli animi in vista di sessioni diplomatiche piuttosto tese. Forse, memori di un famoso detto latino, contano di conquistare in riunione la verità grazie a un goccio di vino

NEW YORK - Forse pensavano che un piccolo drink aiutasse a distendere gli animi in vista di sessioni diplomatiche piuttosto tese. Forse, memori di un famoso detto latino, contano di conquistare in riunione la verità grazie a un goccio di vino. Qualunque sia la loro ragione, sempre più delegati alle Nazioni Unite sembrano alzare troppo il gomito presentandosi non proprio lucidi sul posto di lavoro. E così un ambasciatore americano ha recentemente lanciato un richiamo pubblico in nome della disciplina.

Rifiutando una diplomazia dal sapore alcolico, Joseph Torsella - il diplomatico nominato dal presidente Barack Obama il 26 aprile 2011 come rappresentante all'Onu degli Stati Uniti per il management e le riforme - ha preso la parola nel corso di una riunione della commissione Bilancio del Palazzo di Vetro. Ispirandosi al linguaggio diplomatico, Torsella ha chiesto una «inebriation-free zone». Tradotto: lo stato di ebbrezza, men che meno l'ubriachezza, deve restare fuori dalle stanze dell'Onu dove si conducono negoziati. «Conserviamo lo champagne per brindare alla fine delle sessioni di successo», ha detto l'ambasciatore.