12 marzo 2026
Aggiornato 11:39

In galera in Francia i tre pirati somali catturati

La pirateria si risolve sulla terraferma, ma l'Italia fa poco

MOGADISCIO - I tre pirati somali arrestati nel corso dell'operazione militare francese per liberare gli ostaggi del veliero Tanit, sequestrati il 4 aprile scorso, sono arrivati ieri sera in Francia e rinchiusi in carcere a Rennes. I tre predoni del mare sono accusati di sequestro di persona e omicidio. Venerdì scorso, durante il blitz delle forze speciali francesi nel Golfo di Aden per liberare i cinque ostaggi dei pirati somali, Florent Lemacon, proprietario della barca a vela è rimasto ucciso. Sono stati invece liberati gli altri quattro ostaggi, tra cui un bambino. Nell'operazione hanno perso la vita anche due pirati. Nessuna novità sugli ostaggi (16,10 sono italiani) presi dai pirati sul rimorchiatore della società ravennate Micoperi.

«Il problema della pirateria somala si risolve sulla terraferma, ma il governo italiano ha optato per il disimpegno politico nella regione del Corno D'Africa, sostiene Matteo Guglielmo, studioso di Somalia e autore di 'Somalia - Le ragioni storiche di un conflitto' (Edizioni Altravista).

«La recrudescenza degli atti di pirateria di queste ultime settimane è un prodotto della situazione sulla terraferma - dice Guglielmo in un'intervista ad Apcom - e mai come in questo periodo, in cui le organizzazioni umanitarie non possono operare nel Paese per ragioni di sicurezza, sottraendo così risorse preziose al Paese e inducendo attori esclusi dal processo politico a riciclarsi in altre attività». L'escalation di attacchi è dovuta anche alla «maggiore capacità dei predoni di allontanarsi dalla costa», dovuta ad attrezzature sempre più sofisticate, ma anche «dalla relativa semplicità a catturare i mercantili».

«La pirateria non è nata oggi - sottolinea lo studioso - ma la situazione critica della Somalia ne ha favorito l'escalation negli ultimi anni. Anche l'interruzione dei flussi umanitari ha contribuito a rafforzarla». Guglielmo ha portato quindi ad esempio la situazione di Merca, città situata a 100 chilometri a sud-ovest di Mogadiscio, in una delle regioni più ricche di un Paese molto povero. Una volta caduta Merca in mano ai miliziani islamici Shabab (giovani, ndr), lo scorso novembre, quanti gestivano lucrose attività nella regione, soprattutto capi milizia, sono stati costretti a «cercare nuove attività per poter continuare a pagare le proprie milizie e a mantenere comunque un ruolo nel Paese».

Se si guarda al Puntland, «una delle regioni più povere della Somalia», la pirateria «deve essere letta anche come un'attività di filiera», sottolinea Guglielmo. «Chi cattura di fatto la nave non è poi la stessa persona che ne negozia il rilascio - precisa - le trattative si fanno a Dubai o a Nairobi e la nave viene venduta più volte prima di essere rilasciata. La manovalanza ottiene tra il 5 e il 10 per cento dell'incasso». In tutta la Somalia sono diversi i gruppi di pirati, che si differenziano da regione a regione, ma rimangono comunque «fluidi», per cui è impossibile riuscire a identificarli con certezza.

A fronte di questo problema, ma anche di quelli posti da una possibile minaccia terroristica o dai flussi dei migranti, l'Italia fa poco. «I funzionari italiani che oggi si occupano di Somalia sono davvero pochi - lamenta Guglielmo - rispetto non solo al problema della pirateria, ma anche a tutto quello che può derivare da una situazione incandescente come quella somala. Quindi terrorismo, ma anche flussi di migranti. Perchè la Somalia è il Paese dove c'è più mobilità forzata in tutta l'Africa sub-sahariana. C'è pochissima attenzione sulla crisi somala, meno di quanta ce ne sia per la situazione in Darfur (regione occidentale del Sudan, ndr). Siamo in missione in Ciad, e poi abbiamo una sola nave in Somalia (la fregata Maestrale, ndr). E non abbiamo più un inviato speciale, dopo che Raffaelli (Mario, ndr) è stato richiamato per un incarico per il G8».

«Rispetto ad americani, inglesi e francesi siamo sempre indietro - conclude - perchè loro stanziano risorse, finanziarie e umane, e si impegnano con una chiara strategia politica. Noi invece preferiamo spesso dare soldi senza impegnare risorse umane, mentre è la politica che può fare tanto».