18 novembre 2019
Aggiornato 01:30
Finanza | Caso SocGen

Jerome Kerviel condannato per una speculazione sui derivati

E' stato uno dei protagonisti della crisi attuale. La corte di Cassazione gli ha dato tre anni di carcere ma non dovrà risarcire la cifra astronomica di 4,9 miliardi di euro alla sua banca, Societe Generale. Ora lui è in Italia da pellegrino sul cammino della via Franchigena

PARIGI - Jerome Kerviel, da trader spericolato per Societe Generale a pellegrino. La redenzione non basta però, mentre lui fa tappa a Modena nel cammino sulla via Franchigena che dal Vaticano lo riporterà a Parigi, dalla corte di Cassazione francese arriva la sentenza definitiva: tre anni di carcere. Ma non dovrà risarcire la cifra astronomica di 4,9 miliardi di euro alla sua banca.
Kerviel è stato uno dei protagonisti della crisi economica, il primo ad essere condannato per una speculazione sui derivati che ha provocato un buco da 5 miliardi nella banca per cui lavorava.

SOCIETE GENERALE A PROCESSO - «La corte di appello di Versailles dovrà celebrare un nuovo processo per Kerviel - ha detto il suo avvocato, Patrice Spinosi - durante il quale Societe Generale dovrà dimostrare di aver effettuato tutti i controlli necessari e si potranno così vedere le conseguenze delle negligenze a suo carico».

LA BANCA ESULTA - Per Kerviel si annunciano due anni e dieci mesi di carcere ma l'ex trader è determinato in sede civile a dimostrare tutta la responsabilità dei suoi superiori in quelle operazioni. Chiaramente per la banca questa condanna è una vittoria: «Il signor Jerome ha perso la sua prova, SocGen ha vinto - esulta l'avvocato Jean Veil - la situazione è abbastanza chiara. La corte d'appello ha usato questo caso per dimostrare che la legge va cambiata. Se c'è negligenza da parte della vittima, l'unica vittima in questo caso, va esaminata questa negligenza solo per capire se la responsabilità va divisa».
Per Kerviel, che continua a dichiararsi innocente, in realtà questo verdetto è una occasione per poter ancora dimostrare le responsabilità del suo datore di lavoro. Ai giudici ora la parola.