12 novembre 2019
Aggiornato 21:30
Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione organizzato

Coldiretti «Si torna a vestire l’ “autarchico” orbace»

Una volta la maggior parte delle fibre usate per l’abbigliamento come lino, canapa o cotone aveva una provenienza nazionale

Con la crisi finanziaria gli italiani tornano a vestire l’orbace. E’ quanto è emerso nel corso del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione organizzato dalla Coldiretti, con la collaborazione dello studio Ambrosetti, a Villa d’Este di Cernobbio dove è stata presentata la prima collezione di capi da uomo e donna ottenuti dalla riscoperta di alcune fibre «autarchiche», che garantiscono qualità a costi più contenuti di fronte al caro prezzi e al calo della produzione estera di lana.

Dal tailleur orbace non garzato tinto in guado al giaccone sportivo orbace di pecora sarda garzato verde, ma anche il gilet di pecora di Zeri o la giacca per signore di lana cotta da pecora massese fino al completo di ortica, sono alcuni dei capi di abbigliamento Made in Italy dalla pecora all’atelier che sono stati riscoperti dopo anni di abbandono. Una volta - spiega la Coldiretti - la maggior parte delle fibre usate per l’abbigliamento come lino, canapa o cotone aveva una provenienza nazionale. Oggi metà delle fibre tessili sono importate mentre l’altra metà è costituito da prodotti sintetici derivati dal petrolio mentre la lana ottenuta dagli oltre 8 milioni di pecore italiane finisce in discarica con costi di smaltimento per i pastori e problemi di natura ambientale.

Una situazione che potrebbe cambiare per effetto della crisi economica che frena i commerci e spinge alla valorizzazione delle risorse nazionali proprio mentre secondo gli ultimi dati Iwto la produzione mondiale di lana (i principali paesi produttori sono Australia e Nuova Zelanda) è in calo, mentre i prezzi dei prodotti di qualità sono destinati a salire. La riscoperta di alcune fibre - secondo Coldiretti - può dunque rappresentare un’occasione di sviluppo per le imprese agricole, ma anche un contributo al rilancio della moda Made in Italy.

Tra i tessuti recuperati c’è l'orbace che - spiega Coldiretti - si ottiene attraverso un particolare tipo di lavorazione della lana, ricavandone un panno robusto e impermeabile. Secondo alcune fonti, pare fosse usato già nell’antica Roma, ma è durante il ventennio che questa particolare fibra conobbe una grande diffusione. In epoca di autarchia, l’orbace - continua Coldiretti - venne riscoperto per sostituire i tessuti più tradizionali, tanto da venire usato per realizzare le uniformi.

Gli oltre otto milioni di pecore italiane potrebbero garantire una produzione annua di seimila tonnellate di lana, grazie alle quali sarebbe possibile confezionare tre milioni di abiti «a km zero» che non devono percorrere lunghe distanze con mezzi inquinanti prima di essere indossati. Va peraltro aggiunto - precisa la Coldiretti - che secondo uno studio del Cnr – Ibimet effettuato sulle attuali modalità di abbigliamento in relazione ai consumi energetici per il riscaldamento invernale, l’impiego di una certa tipologia di abbigliamento in lana permetterebbe di abbassare di circa 2 gradi il riscaldamento nelle abitazioni con un risparmio di gas ad effetto serra quasi pari all’impegno che l’Italia ha assunto sottoscrivgendo la convenzione di Kyoto. Lo sviluppo di filiere di abiti «a km zero» prodotti con fibre ricavate dagli animali o dalla coltivazione delle piante come l’ortica, il lino, la ginestra, la canapa naturali avrebbe vantaggi anche sulla salute perché i tessuti naturali - conclude la Coldiretti - hanno il pregio di evitare il rischio di allergie, che colpisce sempre più persone «intolleranti» alle fibre sintetiche.

I NUMERI DELLA LANA ITALIANA
Pecore: 8,2 milioni
Lana grezza: 12 milioni di chili
Lana lavata: 6 milioni di chili
Abiti realizzabili con la lana italiana: 3 milioni
Fonte: Elaborazioni Coldiretti