17 luglio 2019
Aggiornato 06:30
Cinema

Un magnifico Eastwood, cinico e razzista in «Gran Torino»

Da domani nelle sale il film in cui il regista torna a dirigersi

ROMA - Ancora una volta Clint Eastwood dimostra di essere un «grande», sia dietro che davanti alla macchina da presa. A cinque anni dal vincitore dell'Oscar «Million Dollar Baby» il regista torna a dirigersi in «Gran Torino», da domani nelle sale distribuito dalla Warner Bros, con un personaggio burbero e antipatico ma che il pubblico imparerà presto a capire ed amare.

Osannato dalla critica in Usa, dove ha ottenuto ottimi incassi anche al botteghino, ma tra i grandi esclusi degli Oscar, il regista dopo «Changeling» porta sullo schermo un'altra storia intensa e drammatica con tutti i temi a lui molto cari e già trattati nei precedenti film come i pregiudizi, il razzismo, i rapporti familiari, l'intolleranza. Eastwood interpreta Walt Kowalski, meccanico in pensione di origine polacche e reduce dalla guerra di Corea. Un uomo solitario e scontroso che ha come unica passione la sua Gran Torino del '72, custodita gelosamente in garage, e vive solo in compagnia del suo cane Daisy.

Da quando la moglie è morta, Walt passa le giornate facendo lavoretti domestici nella sua villetta di Detroit e prendendosela con il mondo: con i figli che non capisce e non lo capiscono, con i ragazzi di oggi volgari e pieni di piercing, con la modernità e con i nuovi residenti del suo storico quartiere, ormai abbandonato dagli americani e invaso da asiatici che nei suoi ricordi «bellici» sono tutti «musi gialli» portatori di problemi con le loro guerre tra bande. Il protagonista sembra un razzista incallito che ne ha per tutti e tiene il suo fucile M-1 sempre carico, soprattutto da quando qualcuno cerca di rubargli il suo gioiellino d'auto. Poi, inaspettatamente, conoscerà meglio la famiglia di immigrati Hmong, suoi vicini di casa, e diventerà l'eroe del quartiere aiutando i due ragazzi Thao e Sue (entrambi attori esordienti) con cui stringerà un'insolita amicizia.

«Gran Torino» è il primo film in cui si parla dei Hmong, una tribù etnica di diversi clan sparpagliati tra Laos, Vietnam e altre parti dell'Asia e arrivati negli Usa dopo aver aiutato gli americani nella guerra del Vietnam. Walt si avvicina a loro con reticenza e distacco, prova a capirne le tradizioni, li studia, e alla fine si rende conto di avere più cose in comune con loro che con i suoi figli viziati, e ritrova perfino uno scopo di vita. Una storia toccante in cui Clint Eastwood dà il meglio di sè. Semplice e allo stesso tempo magistralmente diretta e interpretata. Nonostante il suo carattere spigoloso e antipatico il protagonista è così cinico da diventare ironico e far sorridere, pur nel contesto drammatico. «Questo film aveva un ruolo perfetto per la mia età e il mio personaggio - ha detto il regista - sembrava costruito su misura per me, anche se non era così. Mi è piaciuto molto il copione. Ha molti colpi di scena ed anche situazioni divertenti che strappano molte risate».