19 novembre 2018
Aggiornato 20:00

Pertosse, è emergenza sanitaria e un grave rischio per i bambini e il feto. C'è però un test per la gravidanza

Per proteggere mamma e feto c'è un nuovo test che riconosce l'immunità o la necessità di un vaccino. Proteggere mamma e bambino dalle gravi conseguenze
Batteri della pertosse
Batteri della pertosse (Kateryna Kon | shutterstock.com)

La pertosse è una patologia molto fastidiosa e in grande crescita in tutti i Paesi occidentali. Ma non è soltanto spiacevole per un bambino o un adulto che la contrae, ma spesso le peggiori conseguenze si manifestano quando il contagio avviene gravidanza. La mamma può infatti trasmettere l’infezione al feto e, secondo le stime, quasi il 2% dei bambini infettati entro il primo anno di vita muore.

C’è però un test
Per scongiurare questa negativa evenienza, adesso un nuovo test, messo a punto dagli istituti di ricerca del centro clinico Altamedica di Roma, è in grado di individuare tutte le complicazioni più pericolose in gravidanza e valutare l’opportuna protezione. Il medico può così conoscere se la gestante è affetta da pertosse, quali soggetti siano assolutamente da vaccinare rispetto a quelli che, già per immunità propria, che possono dire sufficientemente protetti, scongiurando il rischio per la gestante ed il neonato. «Il pregnancy complication test è un test multiplo in grado di valutare, conoscere e prevenire tutte le problematiche più importanti della gravidanza – spiega Claudio Giorlandino, direttore generale dell’Italian college of fetal maternal medicine – e la pertosse oggi sta diventando un’emergenza sanitaria anche tra le future mamme. La maggior parte delle persone non è protetta da questa malattia ed emerge sempre più la necessità di vaccinare le donne in gravidanza, in modo da impedire malattie o ricadute per la madre e rendere immune il feto attraverso il passaggio di anticorpi specifici che, dopo la nascita, possano proteggere il neonato da questa grave infezione».

Come funziona
Il test analizza la quantità di anticorpi IgG (quelli che passano la placenta) e, al di sotto di una determinata protezione (in genere inferiore a 50 IU/ml) suggerisce al medico la necessità di vaccinare la gestante mentre, per valori superiori (tra 50 e 100 IU/ml) la quantità è appena sufficiente a proteggere la madre. Valori più elevati (oltre 100 IU/ml) indicano infezione in atto e quindi impongono particolari attenzioni alla nascita (allontanamento dalla puerpera).

Gravi complicazioni
«È infatti una drammatica evidenza quella che sempre più neonati o bambini nella prima infanzia, una volta colpiti da questa malattia, sviluppino delle complicazioni molto severe quali la polmonite e la encefalite che possono addirittura portare a morte questi piccoli – prosegue l’esperto – Per questo la letteratura internazionale e quasi tutte le linee guida in gravidanza sottolineano la necessità di vaccinare le donne in intorno alla 28/32sima settimana di gestazione. I motivi sono due: evitare che la madre contragga l’infezione che, nei soggetti colpiti in passato o già vaccinati de oltre 10 anni, può manifestarsi in forma molto lieve e non essere diagnosticata, infettando inconsapevolmente il neonato, e per ottenere una protezione passiva per il feto dopo la nascita».

Trasmettere le immunoglobuline da mamma a figlio
«Le gestanti vaccinate possono trasferire al feto, dopo un congruo periodo di settimane, le immunoglobuline necessarie perché il bambino sia messo al riparo, già nei primi mesi. E’ noto infatti che i bambini, benché la prima vaccinazione venga eseguita già al terzo mese di gravidanza, non acquisiscono una regolare protezione fino a quando non venga eseguita la terza dose di richiamo all’11simo mese di vita. Si intuisce pertanto – conclude Giorlandino – come sia assolutamente necessario conoscere, nella gestante, se vi è una quantità di movimenti anticorpali sufficienti a proteggere il feto alla nascita o se, al contrario, sia assolutamente necessario vaccinarsi».