20 ottobre 2021
Aggiornato 15:00
Sindrome del bambino scosso

Sindrome del bambino scosso: un problema che tutti i genitori dovrebbero conoscere

La Sindrome del bambino scosso è rappresentata da una serie di sintomi che devono essere valutati con attenzione. L’esito, in alcuni casi, può infatti essere fatale. La Campagna «Non scuoterlo!»

È un problema che tutti i genitori dovrebbero conoscere e, se possibile, evitare. Si tratta di una serie di disturbi che potrebbe accusare il proprio bambino a seguito di movimenti ripetuti o, peggio, di veri e propri maltrattamenti. Si stima infatti che questi ultimi riguardino ben il 30% dei casi solo negli Stati Uniti. Luogo in cui la sindrome è conosciuta con il nome di Shaken Baby Syndrome. Ecco tutti i problemi che tuo figlio potrebbe manifestare a causa di un forte scuotimento.

Controllare sempre il proprio piccolo
Anche se voi genitori sapete esattamente come trattate il vostro piccolo, come lo tenete tra le braccia e come vi comportate con lui, non è detto che tutti facciano esattamente come voi. Non sono rari i casi in cui Baby Sitter o parenti adottano dei metodi alquanto particolari – magari non volutamente – che causano danni al bambino. Per questo motivo è essenziale controllare continuamente eventuali variazioni comportamentali.

Non scuoterlo!
Si chiama «Non scuoterlo!» ed è la prima campagna nazionale presentata da Terre des Hommes per prevenire la Shaken Baby Syndrome (sindrome da bambino scosso). Per diffonderla al meglio è stato anche ideato uno spot tv con Alessandro Preziosi e il sito di informazione nonscuoterlo.it.

Un fenomeno sconosciuto (o quasi) in Italia
«In Italia il fenomeno è ancora poco conosciuto dal grande pubblico e non esiste un database nazionale che raccolga i casi individuati, ma tutte le strutture ospedaliere più avanzate per la diagnosi precoce del maltrattamento sui bambini ci confermano la necessità di avviare un’ampia azione informativa per la prevenzione di questa sindrome - dichiara Federica Giannotta, Responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes - Per questo abbiamo lanciato la campagna «Non scuoterlo!» e sul sito Nonscuoterlo.it abbiamo raccolto informazioni sui segnali rivelatori in un bambino che ha subito lo scuotimento, su come intervenire e a quali strutture ospedaliere rivolgersi, nonché informazioni e consigli utili in caso di necessità».

Pianto inconsolabile
Non è sempre facile per un genitore, un parente o una baby sitter trovarsi di fronte al pianto inconsolabile del proprio bambino. Ci sono casi in cui le continue urla provocano un senso di rabbia e frustrazione che spinge la persona a scuotere il piccolo. Se tali movimenti vengono eseguiti in maniera ripetuta e decisamente violenta, le conseguenze per il bambino potrebbero essere anche gravi. «Durante il periodo del Purple Crying - dalla nascita fino ai 18 mesi di vita - il pianto del bambino può essere prolungato e poco consolabile, non legato ad un particolare malessere e spesso si presenta di sera. Il picco solitamente è intorno al secondo mese di vita, per poi decrescere riducendosi notevolmente dopo il primo anno - spiega Antonio Urbino, Direttore della S.C. di Pediatria d’Urgenza, Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino - Per questo è necessario che i genitori siano informati di questa criticità e adottino delle strategie corrette per mantenere la serenità necessaria per prendersi cura del bambino e imparare a riconoscere i suoi bisogni».

Cosa accade al piccolo?
Come accennato, se il piccolo viene scosso in maniera eccessivamente violenta si può assistere a tutta una serie di problematiche. Anche gravi. «Quando un lattante è scosso violentemente – spiega Melissa Rosa Rizzotto, medico di comunità, Centro Regionale per la Diagnostica del Bambino Maltrattato di Padova - la testa e il cervello contenuto subiscono forze di accelerazione e decelerazione che provocano danni meccanici ai neuroni e alle fibre nervose, oltre che ai vasi sanguigni intracranici e agli occhi. Questo comporta un’alterazione immediata di coscienza e funzioni vitali, con difficoltà a respirare e rallentamento del battito. Se questa fase è superata e non sopraggiunge la morte del bambino, si manifestano gradualmente le emorragie cerebrali, spinali e retiniche (da rottura dei vasi) oltre che gli esiti della sofferenza ipossica acuta del cervello con un grave edema cerebrale e, a distanza di diverse settimane, anche di atrofia del cervello, con la morte dei neuroni che hanno sofferto maggiormente nella fase acuta».

Coinvolti quasi sempre i lattanti
La maggior parte dei casi rilevati fino ad ora riguardano quasi sempre i lattanti. «I casi intercettati di sospetta SBS hanno caratteristiche comuni - afferma Stefania Losi, Responsabile del Servizio GAIA (Gruppo Abusi Infanzia Adolescenza) del Meyer di Firenze -. Di solito si tratta di lattanti, che quando arrivano in ospedale possono essere iporeattivi o letargici, avere ipotonia o rigidità, presentare difficoltà respiratorie, difficoltà o incapacità di agganciare lo sguardo, avere convulsioni o crisi, oppure essere solo estremamente irritabili. Dalla loro storia emerge che sono bambini che hanno avuto frequenti pianti, insistenti ed inconsolabili, difficoltà ad alimentarsi, vomito, tremori, apnea. Il percorso assistenziale è gestito con un lavoro multidisciplinare di medici e altri operatori sanitari».

Rischio di morte
Per fortuna si tratta di casi più rari, ma non è impossibile che l’evento – se protratto e violento - possa concludersi con un esito fatale per la vita del piccolo. «La Shaken Baby Syndrome può avere anche esiti letali perché il movimento del cervello rispetto alla scatola cranica durante lo scuotimento provoca la lacerazione di alcune vene a ponte tra le due strutture provocando vaste emorragie che vanno a danneggiare direttamente e indirettamente il cervello - chiarisce Cristina Cattaneo, medico legale dell’Università degli Studi di Milano -La sindrome del bambino scosso è la principale causa di morte per maltrattamento per i bambini nei primi anni di vita».

E’ importante chiedere aiuto
Qualunque genitore ama il proprio figlio e vorrebbe il meglio per lui. Ci sono però momenti in cui la rabbia prende il sopravvento. E se questo è il vostro caso è essenziale imparare a chiedere aiuto. Per il bene vostro e del piccolo. «I genitori spesso hanno difficoltà a comprendere che un figlio, anche se molto amato e desiderato, può mettere a dura prova la loro capacità di tenere a freno la rabbia e il senso d’impotenza che li travolgono di fronte al pianto persistente del neonato - conclude Alessandra Kustermann, direttore SVSeD, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano -. Educare i neo genitori a comportamenti corretti è difficile per l’isolamento in cui vivono le loro prime esperienze genitoriali. Penso che questa campagna abbia il merito di allertare i padri e le madri sul fatto banale che scuotere un bimbo per far cessare il suo pianto può avere conseguenze devastanti. Devono capire che vi sono tecniche più efficaci per calmarlo e soprattutto che possono chiedere aiuto se non ce la fanno».

Poche informazioni in Italia
L’incidenza della sindrome nel nostro Paese è pressoché sconosciuta. «Anche se In Italia purtroppo non esistono delle statistiche nazionali sull’incidenza della SBS, ma possiamo ipotizzare che il nostro Paese si allinei ai dati dichiarati negli USA: 30 casi su 100.000 nati l’anno. Il 25% dei bambini con questa sindrome muoiono - dichiara Lucia Romeo, Pediatria Ospedale dei Bambini V. Buzzi di Milano -. In tutti gli ospedali americani è a disposizione dei pazienti un filmato che spiega cos’è la SBS e cosa fare in caso di pianto e impossibilità a calmare il proprio bimbo. In Germania il fenomeno colpisce 100/200 bambini l’anno tra i 2 e i 5 mesi ed è stato creato un programma di prevenzione post partum chiamato «Love me never shake me», che ha avuto grande risonanza».