20 febbraio 2020
Aggiornato 20:00
Terrorismo

Salvini firma l'espulsione per quattro presunti terroristi: ecco cosa facevano Anila e gli altri

Ordine di rimpatrio immediato per una donna albanese, due uomini marocchini e un egiziano. Dal 2018 espulse 106 persone

MILANO - È stata espulsa dall'Italia, in quanto ritenuta pericolosa per la sicurezza dello Stato, una 44enne albanese, Arta Kacabuni, alias Anila, condannata in primo grado per il reato di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo. In Italia dal 2003, residente in provincia di Grosseto, la donna insieme al fratello, arrestato ed espulso all'atto della sua scarcerazione nel maggio 2018 con provvedimento del ministro dell'Interno per motivi di sicurezza dello Stato, si occupava di reclutare adepti alla causa dell'ISIS. Il suo ruolo era emerso nell'ambito dell'indagine svolta dalla DIGOS toscana e da quella di Milano chiamata "Martese", che l'1 luglio 2015 portò a 10 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti presunti estremisti islamici, in relazione alla loro documentata adesione allo Stato Islamico.

"Fatima" espulsa dalla frontiera aerea di Fiumicino
In particolare Kacabuni aveva contribuito al percorso di radicalizzazione e instradamento verso la Siria di Maria Giulia Sergio, islamizzata con il nome "Fatima", tutt'ora presente in quell'area geografica dove si è recata nel settembre 2014 insieme al marito, l'albanese Aldo Kobuzi, per unirsi alle milizie dell'ISIS. Le indagini accertarono anche il suo attivismo nel convincere altre donne appartenenti all'éntourage familiare a raggiungere i propri congiunti già presenti in territorio siriano nonché la sua piena approvazione degli attentati compiuti a Parigi nel novembre 2015. Condannata dal Tribunale di Milano, l'albanese è stata rimessa in libertà il 16 ottobre ed espulsa dalla frontiera aerea di Roma Fiumicino in esecuzione del decreto emesso dal ministro dell'Interno per motivi di sicurezza dello Stato. 

Due marocchini e un egiziano espulsi
Non solo. Due cittadini marocchini e un egiziano nel Milanese sono stati espulsi e accompagnati alla frontiera, perché ritenuti contigui ad ambienti dell'estremismo islamico e pericolosi per la sicurezza dello Stato. Si tratta di un 37enne cittadino egiziano, arrestato lo scorso maggio nel centro di Cinisello Balsamo (MI) mentre, al grido di Allah Akbar, minacciava i passanti brandendo un grosso coltello. Nelle fasi concitate del fermo, l'uomo ha ferito i militari dell'Arma intervenuti e, successivamente, ha continuato con la violenza, danneggiando seriamente la cella di sicurezza dove è stato trattenuto prima del suo trasferimento in carcere. Con questi rimpatri sono 343 le espulsioni eseguite dal gennaio 2015 ad oggi, di cui 106 nel 2018.

Di cosa sono colpevoli
I cittadini originari del Marocco espulsi hanno 33 e 42 anni. Il primo è emerso all'attenzione durante la detenzione in carcere per reati comuni per aver posto in essere atteggiamenti di chiara intolleranza nei confronti degli altri detenuti di fede cristiana, arrivando a proibire loro l'esposizione dei simboli religiosi, nonché per aver espresso compiacimento in occasione dell'attentato terroristico compiuto nell'agosto 2017 a Barcellona, auspicandone l'emulazione da parte di ogni musulmano. L'uomo è stato allontanato dal territorio nazionale con riammissione verso l'Austria tramite la procedura di Dublino. L'altro cittadino marocchino, aveva precedenti per porto abusivo di armi. L'uomo aveva manifestato, contestualmente al suo avvicinamento ad una visione radicale dell'islam, sentimenti di disagio e di rancore nei confronti del contesto sociale di appartenenza.

Salvini: "Nostra esperienza con Brigate rosse insegna"
Matteo Salvini da Mosca ha espresso "gratitudine a tutti i dipendenti di vari servizi di sicurezza che lavorano ogni giorno per prevenire attacchi terroristici in Italia. La nostra forza rispetto ad altri servizi europei, credo, è che abbiamo accumulato una grande esperienza durante gli anni di attività delle Brigate rosse. Certo, si tratta di una minaccia completamente diversa, ma credo che dopo gli Anni di piombo abbiamo imparato che non dovremmo sottovalutare nemmeno il minimo segnale di pericolo, e questo ci consente di reagire ai primi sintomi di radicalizzazione, anticipando la fase di preparazione dell'atto terroristico sul nostro territorio".