Asili comunali sempre più cari
Indagine di Cittadinanzattiva. Il sud ritocca al rialzo le tariffe. Il costo medio 297 euro al mese
ROMA - Asili sempre più cari, con un quarto dei bambini che non trova posto. E' un quadro fosco quello che emerge dalla indagine di Cittadinanzattiva sugli asili nido comunali in Italia. Ben il 25% dei bimbi non riesce ad accedervi, un anno fa erano il 23%. Al Nord, ci sono le dieci città più care, mentre a Oristano si registra l'incremento record (+51% rispetto al 2007/08).
297 euro al mese - Mandare il proprio figlio all'asilo comunale costa in media 297 euro al mese che, considerando 10 mesi di utilizzo del servizio, portano la spesa annua a famiglia a circa 3mila euro. Dal 2006 ad oggi «la situazione degli asili nido in Italia non è particolarmente cambiata: resta sempre l'enorme scarto esistente tra le esigenze delle famiglie e la reale possibilità di soddisfare tali esigenze».
Preoccupa l'incremento medio delle tariffe: +1,4% rispetto al 2007-08, in linea con l'anno prima (+1,8%), dopo che nel 2006-07 si era registrato un +0,7% rispetto all'anno prima. Nel 2008-09, «ben 34 città hanno ritoccato all'insù le rette di frequenza, e 7 capoluoghi registrano incrementi a due cifre»: Oristano (+51%), Ragusa (+29%), Catania (+20%), Viterbo (+18%), Trapani (+17%), Salerno (+14%), Pistoia (+11%). Rispetto a un anno fa, gli aumenti medi principali si registrano al Sud (+3,2%) e al Centro (+2,7%), a conferma di una «preoccupante tendenza da parte delle città del Centro-Sud ad uniformarsi ai valori delle tariffe del Nord Italia».
Dall'analisi di dati in possesso al ministero degli Interni e relativi al 2007, spiega Cittadinanzattiva, emerge che il numero degli asili nido comunali sia cresciuto solo del 2,4% rispetto al 2006 (nel 2006 l'incremento fu del 3,3% rispetto al 2005). Il numero di chi resta in lista d'attesa passa dal 23% al 25% dei richiedenti. La percentuale sale al 27% se consideriamo solo i capoluoghi di provincia. Il poco edificante record va alla Campania con il 42% di bimbi in lista di attesa, seguita da Lazio (36%) e Umbria (35%).