Avvenire: «Reato di clandestinità è persecuzione»
«Su ronde aspettiamo prova dei fatti, ma attenzione ai nomi»
ROMA - Il reato di clandestinità rischia di essere «strumento persecutorio» nei confronti di «migliaia e migliaia di immigrati che abbiamo accolto nella nostra vita quotidiana, traendone piccoli e grandi profitti»: è la denuncia del quotidiano dei vescovi Avvenire nel giorno in cui entrano in vigore le norme del pacchetto sicurezza.
«Uno Stato ha dirittodovere di stabilire le norme del vivere civile e del civile stare e restare nei suoi confini, e ha anche il compito di evitare che si consolidino situazioni di irregolarità e di abuso», scrive il vicedirettore Marco Tarquinio in un editoriale di prima pagina. «Il 'reato di clandestinità' ha, però, in sé la carica negativa di un giudizio sommario e ingiusto. Non solo perché nessun essere umano può mai essere definito 'clandestino' sulla faccia della Terra, ma perché nella concreta realtà italiana questo reato - l`abbiamo raccontato e dimostrato, facendo cronaca - rischia di diventare non un`arma contro l`irregolarità (di stranieri e italiani) bensì uno strumento persecutorio (perché rende più deboli e persino ricattabili) nei confronti di migliaia e migliaia di immigrati che abbiamo accolto nella nostra vita quotidiana, traendone piccoli e grandi profitti. La clandestinità - prosegue 'Avvenire' - viene agitata come reato verso chi insidia la sicurezza di tutti, eppure (nonostante la sanatoria per colf e badanti, anzi anche per certe modalità di quella sanatoria) rischia di colpire duramente chi ha sinora cooperato alla tranquillità di tantissime famiglie. Gli appelli su questo punto - l`abbiamo capito - servono a poco, perciò c`è solo da sperare che in Parlamento e nel governo si guardi senza paraocchi alla realtà».
Quanto alle 'ronde', 'Avvenire' esprime «senza ansia di pregiudizio» un giudizio attendista: «Aspettiamo la prova dei fatti», scrive Tarquinio. «I nomi testimoniano la sostanza delle cose. E se non ci appassiona più di tanto la disputa tra chi parla di 'rondisti' e chi di 'osservatori', ci interesserà - eccome - conoscere invece i nomi (e gli statuti) che le associazioni si daranno e che i Comuni accetteranno. Sono quei nomi programmatici che aiuteranno a capire che cosa nelle diverse realtà si ha in mente di fare, con quali intenzioni e con quanta chiarezza di valori civici. Sono quei nomi che consentiranno di cogliere se c`è un genuino spirito di servizio a comunità insidiate da reati di forte allarme sociale o se prevale una volontà di presa e di controllo. In definitiva, è anche attraverso quei nomi che potremo renderci conto se, in Italia, si sta arricchendo lo straordinario mondo delle iniziative di impegno gratuito e disinteressato 'per' o minaccia di strutturarsi un pericoloso associazionismo 'contro'».