27 febbraio 2020
Aggiornato 22:00

Sequestro Pinna, 2 condanne. Caccia ai complici

E legali imputati condannati oggi preannunciano ricorso appello

CAGLIARI - Gli avvocati di Salvatore Atzas e Natalino Barranca, i due imputati condannati oggi dal Tribunale di Sassari rispettivamente a 30 e 17 anni per il sequestro dell'allevatore di Bonorva Giovanni Battista Pinna, hanno già preannunciato ricorso in appello contro la sentenza emessa oggi. Nel frattempo prosegue l'inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari per individuare il resto della banda che ideò e mise in atto il rapimento. Atzas e Barranca non hanno infatti agito da soli e il sospetto è che nel gruppo di malviventi possano esserci anche dei compaesani di Pinna. Lo stesso sequestrato riferì agli investigatori della presenza nel commando che nel pomeriggio del 19 settembre del 2006 lo prelevò nella sua azienda agricola a pochi chilometri del paese, di un uomo che parlava con uno spiccato accento di Bonorva.

E' l'inizio di un incubo che finirà il 28 maggio del 2007, quando, dopo otto mesi di prigionia, l'ostaggio fuggì dalla tana ricavata dall'ex porcilaia nell'ovile gestito da Atzas e Barranca, in località Su Padru. La famiglia, il giorno stesso del sequestro, ricevette una telefonata da parte dell'ostaggio che, parlando con la sorella dal suo telefono cellulare disse: «preparate 350 mila euro altrimenti mi ammazzano», richiesta ripetuta da uno dei banditi. L'ipotesi della presenza di bonorvesi nel commando che rapì Atzas è stata rievocata anche oggi in aula dall'avvocato Rosaria Manconi, uno dei legali di Atzas, che ha fatto cenno ad una conversazione fra alcuni familiari di Tutti Pinna avvenuta dopo la liberazione in cui si farebbe riferimento a persone «che abbiamo anche aiutato».

Nel corso del sequestro, rari sono stati i contatti con i malviventi, tanto che, anche da parte degli inquirenti, si diffuse la convinzione che Pinna fosse ormai morto. Dopo la richiesta di riscatto, infatti, solo nel marzo del 2007 venne recapitata nello studio di un avvocato sassarese una busta con il ritaglio del quotidiano L'Unione Sarda del 25 gennaio 2007 con la firma di Giovanni Battista Pinna. L'ostaggio ritrovò la libertà il 28 maggio di quell'anno quando riuscì a fuggire dalla buca in cui era tenuto prigioniero e si presentò scalzo e in cattive condizioni presso un'azienda di Sedilo e chiese aiuto.

Nel corso del processo il pm Gilberto Ganassi, aveva subito puntato il dito contro Salvatore Atzas che, secondo l'accusa, avrebbe ideato il sequestro e lo avrebbe gestito sin dall'inizio, mentre Barranca sarebbe subentrato in un secondo momento nell'ovile di Su Padru, ma, lavorando a pochi passi dal luogo in cui si trovava Pinna non poteva non sapere della sua presenza. Per la difesa, invece, Atzas avrebbe invece restituito la libertà a Titti dopo che qualcuno gli aveva chiesto di tenerlo nel suo ovile, mentre Barranca sarebbe totalmente estraneo alla vicenda. Tesi che non sono state accolte dei giudici. Atzas e Barranca dovranno risarcire la famiglia Pinna con un solo euro, così come aveva chiesto dall'avvocato della famiglia Pinna, Guido Manca Bitti, e di un milione di euro la Regione Sardegna.