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Stare a Londra, con 5 offerte di lavoro al dì e la cultura aziendale (che in Italia non c'è)

Roberto Sasso, ex PizzaBo, ci racconta le vere condizioni economiche per un engineer a Londra. E perchè ha lasciato l'Italia, dove la vera differenza, la fanno le offerte di lavoro

Come si sta a Londra, con 5 offerte di lavoro al dì: parola di engineer
Come si sta a Londra, con 5 offerte di lavoro al dì: parola di engineer (Shutterstock.com)

LONDRA - Il primo codice masticato a soli 10 anni; a 16, invece, il primo contratto professionale. Diverse esperienze in società autorevoli e la possibilità di essere parte della più grande acquisizione mai avvenuta in Italia per una startup, quella di PizzaBo. Una storia dedicata allo sviluppo del software quella di Roberto Sasso e di talenti italiani che ce la fanno, ma che - come accade spesso - poi sono costretti a migrare all’estero, per fare carriera. «A Londra si sta bene», mi racconta lui che è nato a Matera e di case ne ha cambiate parecchie.
 
Dopo essersi spostato principalmente in città del Sud, Il primo viaggio da migrante era stato verso il Nord Italia perché trovare un’azienda che lo facesse crescere nel Mezzogiorno non era stato semplice. «Fare il developer significa dedicare la maggior parte del proprio tempo a studiare - mi racconta Roberto - Io sono stato fortunato. Giunto a Bologna 7 anni fa, ho lavorato prima in Crif, dopo in Yoox e, due anni fa, ho cominciato a lavorare per PizzaBo, progetto che ho deciso di non continuare dopo aver terminato l’M&A con Just Eat. Volevo e voglio crescere professionalmente, ho un’attitudine verso il mondo delle startup e ho visto Londra come un’opportunità da non perdere».

Seppur difficile, non è cosa impossibile trovare o ricevere offerte generose anche in Italia, ma stipendi sulla linea dei tremila euro al mese verranno sistematicamente rifiutati se, la cultura aziendale, le ideologie e gli obiettivi non sono in linea con le aspettative: «La verità è che devi studiare molto per essere aggiornato e questo studio ti porta via molto tempo, quello che di solito si dedica agli amici, alla famiglia, allo sport - mi dice ancora Roberto -. Il sacrificare parte della propria vita poi ti porta inevitabilmente a rifiutare progetti non stimolanti, che non contribuiscono alla tua crescita professionale e che non sono sufficientemente remunerati se rapportati alla mole di studio che hai». E poi, parliamoci chiaro, i corsi di aggiornamento costano e i manuali anche. «Molte aziende poi pretendono che tu sviluppi nei modi e nei tempi che vogliono loro, senza sapere neppure ciò di cui stanno parlando».
 
E allora a Roberto chiedo un po’ come si sta a Londra, culla delle startup soprattutto nel settore FinTech, una metropoli che sembra dare opportunità a tutti, senza esclusione. E, in effetti, è proprio così. «Qui le cose funzionano per tutti, soprattutto per noi sviluppatori - mi dice Roberto - La maggior parte dei developer che ho conosciuto in Italia e che avevano la possibilità di spostarsi, negli ultimi due anni, se ne sono andati, chi in Irlanda, chi a Londra, chi ad Amsterdam». Roberto mi spiega che il clima aziendale è molto diverso dall’Italia, dove vince il ‘guazzabuglio’ durante le riunioni.

A Londra, invece, anche i meeting, banalmente, si fanno in modo composto, con obiettivi chiari e una semplice mail di follow-up alla fine. Che si discuta management, o ingegneria. In Italia, invece, non esiste una vera e propria cultura aziendale. E quando si parla degli stipendi, mi spiega che per un developer che arriva a Londra la prima paga a cui si può puntare si aggira intorno ai £45-50.000 all’anno, una paga che per essere in uno dei cuori pulsanti d’Europa e del mondo è molto bassa. Una volta che sei inserito nel mercato e ne hai capito le dinamiche, anche dopo sei mesi, puoi già mandare curriculum e trovare inquadramenti che ti permettono di raggiungere anche i £65-70.000 lordi all’anno, che si traducono in circa 3.500 netti. Senza contare i bonus e gli stock che aumentano la cifra del 10-20% circa, naturalmente in base agli obiettivi». Per i più bravi si può ambire, senza troppe difficoltà, ad arrivare a £100.000  lordi all’anno. Ma Roberto mi fa capire che a Londra nulla sembra essere davvero impossibile.

Ma c’è di più, perché il valore aggiunto, mi dice Roberto, sta nell’offerta di lavoro: siamo nell’ordine delle 5 al giorno, come media. «Se metto online il mio curriculum adesso come engineer e ti condivido lo schermo - mi racconta - potrai vedere come, prima che sia sera, mi sarà arrivata una richiesta di lavoro. Questo vale per tutti gli engineer, non sono affatto un caso speciale. Ovviamente il tutto si moltiplica se lavori per qualche impresa del FinTech. In quel settore gli esperti non faticano a raggiungere i £200.000 all’anno». Ovviamente un altro mondo rispetto all’Italia, dove la realtà dei fatti vuole i programmatori sottopagati rispetto al resto di Europa, con una media che si aggira sui £30-35.000 all’anno. Quanto al costo della vita, siamo a ⅓ in più dell’Italia. L’affitto di immobili è il problema più grande ma del resto con quei contratti, è davvero difficile trovare professionisti del settore lamentarsi realmente del costo della vita. «La verità? - conclude Roberto - Avrei voluto averlo fatto prima».