17 febbraio 2020
Aggiornato 19:00
Ma rimane nel mirino dell'Isis

La Russia mette a segno importante colpo contro il terrorismo

Ucciso il leader dell'autoproclamato Emirato del Caucaso in un'operazione speciale. Ma Mosca rimane nel mirino dell'Isis

MOSCA (askanews) - Il leader dell'auto-proclamato Emirato del Caucaso, Magomed Suleimanov, è stato ucciso in un'operazione speciale in Daghestan, nel Caucaso settentrionale. La Russia mette così a segno un colpo importante, anche se esistono ben altre minacce scaturite dall'estremismo islamico, e il panorama, proprio dopo questo evento, si fa forse ancora più fosco, a fronte di una concorrenza esasperata tra i ribelli. In particolare dopo le minacce del comandante dello Stato islamico in Siria, conosciuto come «Omar il ceceno», Tarkhan Batirashvili: in alcune intercettazioni, il militante di origine georgiana aveva dichiarato, che l'obiettivo dell'Isis successivo all'Iraq, sarà la Russia.

Ucciso
Oggi la Commissione antiterrorismo della Russia ha detto che Suleimanov era fra quattro militanti, uccisi dalle forze di sicurezza nel distretto di Untsukul in Daghestan. Il sito web pro-militanti Kavkazcenter.com ha confermato che Suleimanov, noto anche come Abu Usman Gimrinsky, «è diventato un martire» nell'operazione dell'11 agosto. Tuttavia non è chiara quale potrebbe essere ora la svolta, dopo la morte del capo.

A capo dell'Emirato del Caucaso
Suleimanov era infatti assurto in aprile al vertice dell'Emirato del Caucaso, dopo che il precedente leader terrorista, Aliaskhab Kebekov, è stato ucciso dalle forze di sicurezza russe. Tuttavia il passaggio non era stato ufficializzato, come in passato quando ad esempio Kebekov aveva assunto la leadership dell'Emirato del Caucaso nel marzo 2014, dopo che il suo fondatore, Doku Umarov, era stato eliminato dalle truppe federali di Vladimir Putin.

Negli ultimi tempi si è evidenziata infatti una situazione di concorrenza tra i terroristi locali e un gruppo sempre più potente di militanti in Iraq, provenienti dal Caucaso settentrionale e con stretti legami con Batirashvili. I leader del gruppo includono Abu Jihad (Islam Seit-Umarovich Atabiyev) di etnia karachai che è apparso in numerosi video con Batirashvili e Ahmad Chatayev, di etnia cecena che arrivò in Siria alla fine dello scorso anno e che si pensava, per un certo periodo, fosse il defunto leader Doku Umarov.

Caucaso presto terreno dell'Isis?
Nel Caucaso russo le violenze sono cresciute negli ultimi anni e il vero terrore è che la regione diventi terreno fruttuoso dell'Isis. Il tutto, nonostante oggi, il presidente della repubblica cecena, Ramzan Kadyrov sostenga che per i giovani della regione, da lui governata, lo stato Islamico rivesta sempre meno interesse. Ma nei mesi scorsi era persino spuntata Istok, la prima rivista in lingua russa pubblicata dal gruppo Isis, di 24 pagine e simile alla versione in lingua inglese di Al-Hayat, Dabiq. Ma se è vero che Istok è più monotona di Daquib, resta comunque la dimostrazione che l'Isis ha intensificato gli sforzi per incoraggiare i militanti nel Caucaso del Nord a giurare fedeltà ad al Baghdadi, «califfo» dell'autoproclamato Stato Islamico. Dopo due guerre contro i separatisti in Cecenia, alla metà degli anni novanta e all'inizio del 2000, la militanza islamica si è estesa in altre repubbliche del Caucaso settentrionale, come Kabardino-Balkaria, Daghestan e Inguscezia, che Umarov proclamò come parte dell'Emirato del Caucaso nel 2007. Inoltre il Caucaso è un obiettivo dell'Isis e per il leader del Cremlino era già chiaro da tempo.

Rete di tensioni e influenze
La regione incuneata tra la Russia, l'Iran e la Turchia è un'intricata rete di tensioni, sfociate più volte in violenza negli ultimi tre decenni, in diversi punti caldi. Dalla Cecenia al Nagorno-Karabakh sino alla Georgia. E in particolare la Cecenia, potrebbe tornare ad essere una grossa preoccupazione, nonostante negli ultimi anni Kadyrov e il suo pugno di ferro erano stati una garanzia di sicurezza per Putin. Il reiterare di Kadyrov «la situazione è sotto controllo» non convince più di tanto, mentre Batirashvili, che durante il conflitto armato in Ossezia del sud nel 2008 ha combattuto dal lato georgiano, promette di «tornare» in Russia. Con al suo fianco «molte migliaia di persone».

La zona di Pankisi 
Nonostante il suo soprannome, Batirashvili non è ceceno, ma di origine georgiana. Proviene appunto da Pankisi, ossia da una zona che il presidente russo Putin accusa di favoreggiamento di quella ribellione islamista, che ha cercato di schiacciare da quando è arrivato al potere. Ma mentre la Russia si sta concentrando sul conflitto in Ucraina, a Pankisi ricordano ancora l'umiliazione della guerra dei cinque giorni nel 2008, quando Putin ha contribuito a cementare i movimenti separatisti nelle province di Abkhazia e Ossezia del sud. Di fatto Pankisi dopo il crollo dell'Unione sovietica era già diventata una zona di non-diritto. Ci transitavano armamenti destinati ai guerriglieri ceceni e stupefacenti provenienti dall'Afghanistan e diretti verso i mercati europei. Poi durante la Seconda Guerra Cecena, la gola di Pankisi divenne rifugio sicuro per i militanti. Popolazione raddoppiata e attività criminali intensificate, compresi i rapimenti di alto profilo, come quello del fratello dell'allora calciatore del Milan, Kakhaber Kaladze.

Omar il Ceceno
E da là viene il comandante, dalla barba rossa e ora conosciuto con il nome di battaglia di Omar al-Shishani o appunto Omar il Ceceno, uno dei leader delle forze che lottano per un califfato islamico in Siria e in Iraq. Tra loro ci sono decine di giovani di Pankisi che, delusi dalla mancanza di posti di lavoro e indignati per il dominio della Russia nel Caucaso, hanno seguito la chiamata alla jihad. Batirashvili è considerato un tattico. E viene dal luogo più pericoloso per Mosca. Marvin Kalb, consulente per il Pulitzer Center di base a Washington, ha detto ad Al Arabiya che «Putin si preoccupa costantemente per gli insorti locali, formati in Siria, e ora dall'Isis, e poi destinati a tornare con le loro nuove competenze. Putin non li vuole e questo è un incubo cronico per lui».

Minacce alla Russia
Il newyorkese Soufan group ha fatto sapere che all'incirca 200 ceceni combattono in Siria e la recente cattura di un'importante base aerea siriana gli ha fatto guadagnare anche jet MiG russi, sequestrati durante l'azione. Mentre in un video diffuso dall'Isis si diceva: «Questo messaggio è indirizzato a te, oh (Presidente russo) Vladimir Putin, questi sono i vostri velivoli che hai mandato a Bashar (il presidente siriano, Assad), e con l'aiuto di Allah li invieremo a voi. Ricordati questo. È con il permesso di Allah che noi potremo liberare la Cecenia e tutto il Caucaso».