20 novembre 2019
Aggiornato 23:30

Egitto: omicidio popstar Tamim, giallo politico a tinte fosche

Efferato delitto commissionato con la certezza dell'impunità

IL CAIRO - Nessuna attenuante per l'uomo d'affari egiziano Hisham Talaat Moustafa (amico del figlio del presidente Mubarak, Gamal) condannato a morte da una corte corte egiziana per aver commissionato l'omicidio di Suzanne Tamim, giovane popstar libanese trovata senza vita in un appartamento di lusso dell'Emirato di Dubai il 28 luglio del 2008.

Un efferato delitto eseguito su commissione da una guardia del corpo di Moustafa, Mohsen Al Sokkary, che ha poi denunciato il proprio datore di lavoro e confessato di aver ricevuto 2 milioni di dollari per l'omicidio.

Finisce così, in modo sorprendente, un giallo a tinte fosche degno delle più truculente fiction televisive. Gli elementi per 'appassionare' l'audience araba, e non solo, c'erano tutti: potere, denaro, lusso, politica, spettacolo, bellezza, violenza, morte.

La Tamim era famosa più per la sua tormentata vita sentimentale che per il suo talento: poco più che trentenne, alle spalle già due matrimoni con altrettanti ricchi business men, Suzanne brillava per le sue storie d'amore lampo, vere o costruite ad arte per farsi pubblicità, sempre vissute sotto i riflettori, e per i rapidi traslochi da una capitale all'altra del mondo arabo.

Fra le ultime conquiste sentimentali della bella - ma assai 'ritoccata', come tutte le star libanesi alla ribalta - il tycoon egiziano Hisham Talaat Moustafa appunto, amico intimo della famiglia 'reale' egiziana, i Moubarak, con cui intratteneva forti legami economici.

Moustafa era il proprietario di una holding dell'edilizia quotata in borsa, le cui azioni sono bruscamente crollate dall'autunno scorso in poi, senza sosta. Suzanne era diventata famosa grazie a un programma musicale intitolato Studio Al Fann. I due si erano conosciuti quando lei si era trasferita al Cairo dopo il divorzio dal secondo marito, un produttore musicale. Secondo i familiari della cantante, quando ancora Suzanne e Moustafa si frequentavano - e lei viveva fra il Cairo e Dubai, negli attici di proprietà di lui - l'uomo d'affari le aveva offerto 50 milioni di dollari pur di convincerla a sposarlo. Suzanne deve avere non solo respinto l'offerta, ma anche liquidato l'amante per un uomo più giovane e aitante, Riyad El Azzawi, campione di kick boxe di origine irachena.

El Azzawi è poi diventato il terzo marito di Suzanne nei primi mesi del 2008 - ma questo terzo matrimonio è rimasto segreto - mentre in realtà il legame con Hisham Moustafa sarebbe terminato almeno un anno prima, fra liti furibonde e minacce di morte. La vendetta ideata e ottenuta da Moustafa è degna di un thriller: la vittima è stata sfregiata e accoltellata ferocemente dal proprio assassino, che l'ha poi decapitata (o ha cercato di farlo, a seconda delle versioni fornite dalla polizia degli Emirati Arabi).

Al ritrovamento del corpo in una delle torri più lussuose di Dubai ha fatto seguito un'indagine accurata da parte delle autorità locali, forse sotto pressione per il clamore che un omicidio così efferato ha generato. Le ricerche hanno portato rapidamente all'individuazione del responsabile materiale, la body guard Al Sokkary - anche lui condannato a morte - e alla sua piena confessione.

Del caso Tamim si è parlato su Internet, in televisione, sui giornali o semplicemente nel privato non tanto perché la giovane artista fosse amata, ma piuttosto perché sotto processo è finito un 'ricco e cattivo', un intoccabile membro del clan Moubarak. Un business man e deputato del Parlamento egiziano a tal punto sicuro della propria impunità da dare gli ordini per telefono. Davvero troppo anche per i migliori avvocati sulla piazza. Dopo le prime fasi del processo, riportate con dovizia di particolari dalla stampa, i giudici hanno deciso di procedere a porte chiuse e di vietare la diffusione di notizie. Segnali che lasciavano presagire un atteggiamento ossequioso nei confronti di Talaat Moustafa, chiamato dall'avvocato dell'accusa «eccellenza» (in arabo, basha) e fotografato con una sigaretta in bocca in aula, un permesso speciale accordatogli dal giudice. Privilegi che però non hanno messo al riparo dalla pena di morte uno degli uomini più potenti dell'Egitto.

Ora, come previsto dalla legge egiziana, il verdetto sarà valutato dal Gran Muftì della Repubblica per conferma. Ai due condannati spetta il diritto di fare appello.