27 gennaio 2022
Aggiornato 21:30
Il personaggio

La crisi dell'editoria spiegata da un fan di Elio e le storie tese

Andrea Lavino, edicolante di via Italia, racconta: una volta si vendevano centinaia di quotidiani, ora poche decine...

BIELLA - Raccontare l'attività di un'edicola, oggi, significa scrivere una storia di resistenza commerciale ai limiti dell'eroismo. A spiegare meglio di mille parole una realtà che si sta squagliando di mese in mese, i freddi numeri di gestione. Negli anni Novanta del secolo scorso fino a 150 copie de «La Stampa» andavano via come il pane tutti i giorni, oggi, invece, poco più di una trentina. Stesso discorso per gli storici bisettimanali e trisettimanali locali («Eco di Biella», «Biellese» e «Nuova Provincia»). «C'è altro da aggiungere? - chiede ironicamente, allargando le braccia, Andrea Lavino, titolare dell'omonima edicola di via Italia, attaccata alla chiesa della Trinità -. E si possono, e devono, considerare altri numeri. Quelli per esempio delle riviste di settore, che, nel tempo, si sono ridotte a zero (storia, numismatica, caccia e pesca). Faccio altri esempi illustri, presi a caso: "Quattroruote" ne vendevo almeno una trentina, oggi, quattro forse cinque. "Topolino" abbondantemente oltre il centinaio di pezzi, oggi, forse un paio. Concludo: "L'Espresso"? Trenta o quaranta alla settimana come "Panorama", contro il paio di copie degli ultimi anni».

IL PUNTO - Un bollettino di guerra che fotografa un cambiamento epocale sia nella realtà editoriale (locale e nazionale) sia nel comparto commerciale (locale e nazionale). A colpi di cicli economici negativi e di innovazioni (Internet e la vendita nei supermercati di giornali e riviste) un'attività che un tempo era considerata una certezza di guadagno (a patto di avere molta voglia di rimboccarsi le maniche) oggi pare un pezzo da museo del «secolo breve», una sorta di sopravvissuto ad un bombardamento nucleare. Non a caso, da tempo, sono chiuse l'edicola della stazione ferroviaria e quella dei giardini Zumaglini. E altre in centro città sono in vendita. Pensabile venti o trenta anni fa?

IL PERSONAGGIO - Queste e altre fosche considerazioni sono forse impietose e comunque certamente in contraddizione rispetto ad Andrea Lavino, 41 anni, ex studente del «Vaglio Rubens», musicista per passione e cinefilo autodidatta capace di conversare su tutto tra una citazione dotta e una battuta da simpatico della compagnia, quale continua ad essere anche con il passare degli anni. Nipote di commercianti, gestisce l'edicola dal 1994, prima con la sua famiglia, ora solo con il padre. «Il commerciante medio si lamenta sempre - attacca, con sincerità, l'ex ragazzo -. Io provo ad essere realista ed oggettivo... Negli anni Novanta era una pacchia, economicamente. Noi facevamo fronte a tutti gli impegni finanziari necessari per aprire l'attività e poi tiravamo fuori quattro stipendi. E mi sentivo ricco. Nel senso che potevo programmare di andare in vacanza e non mi facevo mancare mai un concerto... Numeri? Ancora? Vediamo: diciamo che tutti i giorni guadagnavamo tra le 150 e le 200 mila lire. Oggi impiego, per l'equivalente in euro, tre o anche quattro giorni. Se poi il lunedì mattina piove, potrei tranquillamente non alzare la serranda del negozio». Già, il negozio. Perché oggi un'edicola in realtà è molto più di un semplice rivenditore di giornali e di riviste.

FUTURO – «Si sopravvive vendendo le figurine e i giocattolini per bambini – spiega Lavino, da dietro il bancone, da dove allunga un "Sorrisi e canzoni" o una rivista di moda ai clienti di un caldo martedì di luglio -. Da qui la possibilità di intravedere vie d'uscita per i prossimi anni... Cioè diventare un punto vendita di vari prodotti, senza però avere l'impensabile burocrazia oggi prevista per vendere una bottiglia d'acqua o generi alimentari confezionati. Perché, se per farlo, dovessi prendere nuove licenze e aggiungere altre tasse, risulterebbe inutile. Viceversa questo lavoro andrà a morire, lentamente ma inesorabilmente».

LA SVOLTA - «La crisi del nostro lavoro e dell'editoria in genere è culturale - spiega Lavino -. Ogni tanto entrano adolescenti che cercano un giornale per il nonno e sembrano spaesati come se fossero stati trasportati sulla luna... Volevano, magari, il 'Corriere della sera'... Colpa dei giovani? Non solo... Ogni tanto vedo pure bambini che si avvicinano a giornaletti o fumetti, subito bloccati dalle madri, che urlano: lascia perdere, prendiamo un gioco... Quindi siamo al cane che si morde la coda. Altro si potrebbe dire, ma non spetta a me. Mi permetto solo di aggiungere: viviamo troppo di corsa, e la carta stampata non regge la concorrenza di Internet (dove tutto è gratis e in tanti sono diventati esperti). Senza gli anziani, affezionati da una vita a certi riti e prodotti, avremmo chiuso da tempo».

IL MIO MESTIERE - «Questo è anche un lavoro bello - racconta Lavino, sorridendo -. Bello quando a fine giornata, sacrifici a parte, hai il tuo pezzo di stipendio... Perché sei a contatto con le persone, con una fetta della città, quindi senti gli umori e le tensioni politiche o sociali che ci sono in giro. Ovviamente ora avviene molto meno di un tempo. Una volta ti chiedevano dei consigli... Quale rivista storica? Una per il grande pubblico, una di tipo accademico o per ragazzi... Ci si sentiva utili, avevamo una professionalità... Lavorando in via Italia, che un tempo era affollata al punto tale che noi ragazzi giocavamo a fare lo slalom tra i passanti, c'erano una galleria strepitosa di personaggi eccentrici e curiosi. Persone che volevano barattare l'acquisto di un giornale con dei sottaceti, che entravano con aria da terroristi chiedendo riviste pornografiche (che non abbiamo mai avuto, essendo zona pedonale, vicini ad una chiesa...) o che compravano in modo compulsivo ogni fascicolo allegato ai quotidiani o volume di enciclopedia. Che anni...».

LA STORIA - «Questi locali sono stati adibiti ad obitorio di una casa di cura, poco distante da qui. Poi negli anni della seconda guerra mondiale sono stati anche un ritrovo partigiano - racconta Lavino -. Credo sia l'edicola più antica della città, gestita per oltre mezzo secolo dalla famiglia Rigola. Una storia importante, come quella del centro storico della città, massacrato dalle politiche commerciali e urbanistiche degli ultimi anni. Previsioni non so farne. Tengo duro... Come cantano Elio e le storie tese: 'Me l'avevan detto che donne, buoi e motori son gioie e dolori'... Dei giornali, i miei idoli musicali di sempre, non mi avevano detto niente...».