13 novembre 2019
Aggiornato 02:30
Personaggio

Faletti, la moglie Roberta: «12 anni fa gli ho salvato la vita»

In una lunga intervista a Vanity Fair la moglie dello scrittore e attore racconta del suo rapporto speciale con il marito, scomparso quasi un mese fa. E racconta di quando, colpito da un ictus, fu lei a salvarlo grazie a una decisione coraggiosa

ASTI - È quasi passato un mese dalla tragica scomparsa di Giorgio Faletti e la moglie Roberta lo ricorda in una lunga intervista rilasciata all'amico scrittore Luca Bianchini in edicola sul numero di oggi di "Vanity Fair". «Per lo più piango – racconta Roberta –. Una sera sono uscita sul terrazzo e ho rotto un servizio di piatti orrendo, che non piaceva neanche a Giorgio». Una vita ricca di soddisfazioni, soprattutto in questi ultimi 12 anni, dopo l'esordio come scrittore e il risveglio dal coma.

L'ICTUS E POI IL COMA - Era il 2002 quando la moglie lo ritrovò riverso per terra in camera da letto, colpito da un ictus: «Era il giorno in cui avrebbe dovuto fare la sua prima presentazione di "Io uccido" alla Mondadori di via Marghera. Per fortuna ebbi la lucidità di descrivere bene i sintomi al pronto soccorso. Poco dopo, però, dovetti prendere la decisione più difficile della mia vita. C'era un farmaco che poteva sbloccare la situazione, ma in Italia era ancora in via sperimentale. E, non sapendo bene da quanto tempo Giorgio era in coma, avrebbe potuto essere letale. Più il tempo passava, più aumentava il rischio. Il medico mi lasciò dieci minuti per decidere, e io rischiai. Ho sempre pensato che per avere risultati si debbano correre rischi». Quando si risvegliò dal coma, le chiese di sposarlo, e intanto "Io uccido" diventò un best-seller.

IL VIAGGIO DELLA SPERANZA IN AMERICA - Poi la drammatica scoperta del tumore a gennaio: «Per caso, doveva fare una risonanza magnetica perché aveva un'ernia da controllare, e da un po' aveva un fastidioso mal di schiena». Quindi la cura: «Ci hanno consigliato un medico di Los Angeles che lavorava con le eccellenze di tutto il mondo. Ma la nostra decisione di curarci in America era dettata soprattutto dalla necessità di avere un po' di privacy. La situazione è precipitata nell’ultimo mese. Ha iniziato a non sentirsi più bene, faticava a camminare, a parlare. Hanno fatto diversi esami prima di capire che aveva metastasi al cervello. Era il 20 giugno». Poi la decisione di rientrare in Italia per sottoporsi alla radioterapia. «Lui aveva già deciso di tornare, ma sono sicura che in cuor suo avesse capito che non c'era più nulla da fare. Desiderava tantissimo tornare in Italia, lo desiderava con tutto se stesso. Tant'è che ha tenuto duro fino a che siamo arrivati qui. Poi ha mollato».

MAI RABBIA O SCONFORTO - Nonostante tutto, non ha mai avuto attimi di rabbia o sconforto: «Comunque vadano le cose – diceva alla moglie – io ho avuto una vita che altri avrebbero bisogno di tre per provare le stesse emozioni. E se penso che sarei dovuto morire nel 2002 e in questi 12 anni ho fatto le cose a cui tenevo di più, devo ritenermi l’uomo più fortunato del mondo».