18 dicembre 2018
Aggiornato 17:30

Torino, scoperto il difetto cellulare responsabile dell’Atassia. Passi avanti contro il Parkinson

Ricercatori del NICO di Torino hanno scoperto il meccanismo di una rara malattia neurologica, l'atassia. Nuovi passi avanti nella ricerca sulla malattia di Parkinson e Alzheimer

Ricerca sull'atassia
Ricerca sull'atassia (joker1991 | shutterstock.com)

Il cervelletto, la parte più antica del nostro cervello, è quella predisposta ai movimenti inconsci che ci permettono di sopravvivere senza che ne abbiamo coscienza. La perdita di questa fondamentale  coordinazione è un dramma, che tuttavia ha un nome: atassia – un sintomo comune a molte delle malattie neurologiche e degenerative come il Parkinson o l’Alzheimer. Riuscire a comprendere il meccanismo che sottende a questa rara patologia è basilare nella lotta a queste malattie. Ecco perché è di grande importanza la scoperta fatta dai ricercatori dell’Università di Torino guidati dal prof. Alfredo Brusco e dal prof. Filippo Tempia.

Le cause conosciute
Oggi sappiamo che una parte delle atassie è ereditaria o genetica. Si ritiene che dietro a questa forma vi sia la mutazione di un singolo gene tra i 20mila che compongono il nostro genoma. Questo gene non riesce a sintetizzare la proteina correlativa o ne sintetizza una malfunzionante. Il risultato è una drammatica, progressiva e irreversibile degenerazione del cervelletto. Tuttavia, le ragioni per cui tutto questo avviene sono ignote.

La scoperta
Per far luce sul meccanismo dietro a una forma di atassia ereditaria, detta SCA28, i team del prof. Alfredo Brusco (Dipartimento di Scienze Mediche) e del prof. Filippo Tempia (Dipartimento di Neuroscienze Rita Levi-Montalcini e NICO - Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi) dell’Università di Torino hanno coordinato uno studio durato 10 anni i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Neurobiology of Disease. Qui, i ricercatori italiani sono riusciti a chiarire per la prima volta il meccanismo attraverso cui insorge e si sviluppa questa una forma di atassia ereditaria. Già nel 2006, gli stessi ricercatori avevano contribuito alla scoperta di un altro gene causa della malattia, chiamato AFG3L2. La ricerca è stata condotta dalla dott.ssa Cecilia Mancini e dalla dott.ssa Eriola Hoxha grazie al supporto della Fondazione Telethon, e con la collaborazione di numerosi ricercatori di centri nazionali e internazionali: Università di Torino, Milano e Bologna; Istituto San Raffaele di Milano e Istituto di Biotecnologie dell’Università di Helsinki.

Lo studio
Gli scienziati si sono avvalsi di tecniche di biologia molecolare per condurre una serie di esperimenti su modello animale. In particolare, hanno introdotto nel genoma di ratto una variante del gene AFG3L2 presente nei pazienti umani, generando un modello murino di atassia SCA28. Come avviene negli umani, i modelli hanno sviluppato una forma lieve della malattia, ma lentamente progressiva e visibile solo nell’età adulta. «Lo studio di questo modello creato in laboratorio ci ha permesso di scoprire che la malattia è causata da un difetto nella funzione dei mitocondri, le cosiddette centrali energetiche della cellula – spiega il prof. Alfredo Brusco del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Torino – Nella SCA28 la proteina AFG3L2 non funziona correttamente, e i mitocondri assumono una forma anomala perdendo progressivamente la capacità di sintetizzare ATP. La causa di questo ‘malfunzionamento’ sta nel ruolo di AFG3L2, che ha il compito di ripulire i mitocondri dalle proteine anomale o degradate. Nella SCA28 i mitocondri accumulano questi prodotti di scarto senza riuscire a eliminarli: a lungo termine funzionano sempre peggio provocando un danno cellulare».
«Questo meccanismo – aggiunge il prof. Filippo Tempia del Dipartimento di Neuroscienze e NICO, Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi dell’Università di Torino – noto come ‘proteostasi mitocondriale’, è importante nell’invecchiamento ed è coinvolto in altre patologie neurodegenerative più conosciute, come la malattia di Alzheimer e il Parkinson. I risultati sui topi ci hanno permesso di individuare alcuni farmaci in grado di inibire la sintesi di proteine mitocondriali, e che potrebbero essere in grado di invertire il processo patologico e rallentare o impedire la progressione della malattia».
«Questo lavoro aumenta la nostra comprensione dei meccanismi responsabili delle atassie e porterà a nuove scoperte sulla funzione del cervelletto. Lo studio – conclude il prof. Brusco – apre nuove possibilità da esplorare nel trattamento di questa e altre patologie neurologiche».