29 novembre 2020
Aggiornato 03:30
L'intervista

Ippolito: «Perché questo governo rischia di portarci verso un fascismo peggiore»

L'avvocato e blogger Carmine Ippolito spiega al DiariodelWeb.it perché dietro alla lotta contro il coronavirus si nasconde un rischio di sospensione della democrazia

Giuseppe Conte con Beppe Grillo e Luigi Di Maio
Giuseppe Conte con Beppe Grillo e Luigi Di Maio ANSA

C'è il rischio sanitario del coronavirus, quello più evidente, ma c'è anche un rischio democratico, generato proprio dalle stesse modalità con cui il governo sta facendo fronte alla pandemia. Dallo scorso 31 gennaio, infatti, e almeno fino al 31 gennaio prossimo, l'Italia sta vivendo formalmente in uno stato di emergenza: come a dire che al presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono attribuiti i pieni poteri. Un'anomalia istituzionale che si trascina ormai da mesi, e che permane attraverso gli alti e i bassi del contagio, tanto da far evocare all'avvocato Carmine Ippolito addirittura lo spettro di un «fascismo peggiore», come ha recentemente scritto sul suo blog. Il DiariodelWeb.it lo ha raggiunto.

Avvocato Carmine Ippolito, quali sono i rischi per la democrazia derivanti da questo stato di emergenza?
Le emergenze vengono sempre utilizzate per accelerare verso il conseguimento di obiettivi che trovano ostacolo nei meccanismi istituzionali, in particolare quelli previsti dalle forme parlamentari. Ogni emergenza legittima il ricorso ai cosiddetti commissariamenti: in questo caso viene operato sul piano politico. I precedenti storici non sono legati solo alle emergenze sanitarie, ma anche a quelle terroristiche o mafiose. In questi casi si è proceduto sempre all'accentramento dei poteri.

Dunque qual è la differenza tra lo stato di emergenza che viviamo oggi e quello dei precedenti che lei ha richiamato?
Quando l'accentramento dei poteri porta all'esautoramento del parlamento, la forma di Stato muta. Ed è labile il confine tra la democrazia, la dittatura e la tirannia. Un regime democratico può anche essere compatibile, per brevi periodi, con queste forme di potere accentrato. Ma quando, invece, il mantenimento perdura, questo determina una trasformazione dell'ordinamento istituzionale.

Ci fa qualche esempio concreto?
Il meccanismo utilizzato per prorogare lo stato di emergenza ha già fatto saltare la struttura dell'ordinamento costituzionale. La proroga è stata conferita attraverso un atto amministrativo, che non è passato al vaglio del parlamento, né alla verifica di legittimità costituzionale del presidente della Repubblica. Persino uno studente liceale si rende conto che non siamo più nel regime che pensavamo di avere ereditato. E che stiamo assistendo inermi a questo trapasso.

Parlava di obiettivi che si vogliono conseguire e che sono ostacolati dalla democrazia. A quali si riferisce?
In questo caso l'obiettivo paventato è quello di contenere il cosiddetto allarme sanitario. Questa è la base di giustificazione del ricorso allo stato di emergenza, ovvero ai pieni poteri.

Questo è l'obiettivo dichiarato. Ma ce n'è un altro nascosto?
Basta leggere Foucault, che trent'anni fa scrisse un libro straordinario: «Sorvegliare e punire. Nascita della prigione». Qui il filosofo afferma che «la città appestata esalta ogni forma di potere disciplinare». Non c'è una forma di esercizio del potere più economica di quella che si sta esercitando in questo momento, attraverso la combinazione della minaccia biosanitaria e del controllo digitalizzato delle persone: tutte distanziate, dunque disaggregate, e poi racchiuse nei loro cellulari.

Quindi c'è una volontà autoritaria da parte del governo?
Assolutamente sì. È chiaro che si tratta di una volontà non dichiarata, ma gli obiettivi veri sono questi. Del resto, da un lato si afferma la prevalenza del diritto alla salute sopra ogni altro e si profondono risorse senza limiti di bilancio contro il Covid-19; dall'altro molte Regioni hanno sospeso le prestazioni essenziali che riguardano altre patologie. Allora la salute è o non è prevalente rispetto agli altri princìpi costituzionali?

Lei evoca addirittura il rischio di un nuovo fascismo.
Io evoco il rischio concreto e attuale di un fascismo peggiore di quello che fu. Il vecchio fascismo fu liberticida e il popolo vi aderì ritenendo di poter barattare l'esercizio delle proprie libertà politiche con le sicurezze sociali che quel regime garantiva. In questo caso, invece, il tipo di fascismo che si profila baratta le libertà e i diritti solamente con la garanzia della tutela della salute da un'invisibile infezione virale.

È curioso che gli autori di questo tentativo siano gli stessi che agitano accuse di fascismo ad ogni piè sospinto contro gli avversari.
Di questo non ci dobbiamo meravigliare. Dobbiamo dare atto che coloro che si ammantano di antifascismo, quando non esiste più nessun regime fascista sulla faccia della Terra, sono soggetti che il fascismo non l'hanno conosciuto, vissuto né studiato. Quando parlano di fascismo non sanno di cosa parlano: lo utilizzano per mancanza di contenuti, perché devono agitare un nemico davanti alle masse. Che poi si vedono, da questi stessi soggetti, defraudati dai diritti sociali e al lavoro.