Formula 1 | Storia F1

Taruffi al Diario Motori: «Mio papà Piero, ingegnere pilota. Ferrari? È da Mondiale»

L'ex pilotessa Prisca ricorda suo padre, «La volpe argentata», uno dei più grandi campioni degli anni pionieristici dell'automobilismo, a trent'anni dalla scomparsa

ROMA – Cade proprio quest'anno il trentesimo anniversario della scomparsa di Piero Taruffi, uno dei più grandi campioni dell'era pionieristica dell'automobilismo, e per celebrare questa ricorrenza la figlia Prisca, pilota anch'essa, sta girando l'Italia, da un evento all'altro. Uno si è svolto questa domenica a Roma, al golf club dell'Olgiata, dove la figlia d'arte, anche ottima golfista, ha partecipato ad un'originale competizione sui green e sulle strade con le auto d'epoca, conquistando il terzo posto, oltre a presentare il suo libro dedicato proprio al padre, «La volpe argentata». Un altro si terrà il prossimo 14 luglio al golf club della Montecchia (Padova), «La volpe argentata event», dove verrà anche esposto il famoso Bisiluro motorizzato Maserati progettato e guidato dallo stesso ingegner Taruffi, con il quale stabilì record mondiali ancor oggi imbattuti.

Prisca, tuo padre Piero è una leggenda per gli appassionati di automobilismo, ma ancora troppo poco conosciuto fuori dal mondo dei motori. Perché?
Perché aveva un carattere diverso da quello dei suoi colleghi altrettanto blasonati della stessa epoca. Nuvolari, tanto per fare un nome, amava i gesti plateali: mio padre mi raccontò che è vero che fece un giro con il volante in mano, ma senza dire che sotto aveva una leva dello sterzo con cui poteva comunque guidare la macchina. Papà, invece, aveva la mentalità da ingegnere: timido, si vergognava di apparire, di fare le prime pubblicità su Carosello, e preferiva concentrarsi sugli studi. Questo ha contribuito a non creare un personaggio da prima pagina.

Insomma, non solo oggi i piloti fanno a gara ad esporsi sui social network, ma l'immagine contava anche allora...
Pensa che, quando all'inizio degli anni '50 andò a fare la prima Carrera Panamericana in Messico, dove nacque il suo soprannome di «zorro plateado», iniziarono a comparire le prime scritte degli sponsor sulle vetture. E lui non voleva nemmeno salire su una macchina con tutte quelle pecette... Altri tempi! Lui era pilota, ma anche ingegnere, progettista, sperimentatore, recordman.

Un pilota estremamente completo.
E che ha avuto una carriera molto lunga: continuò a correre oltre i cinquant'anni.

Anche come ingegnere fu uno dei primi a sperimentare l'aerodinamica.
Assolutamente sì. Iniziò sulle motociclette, con cui tutti i piloti muovevano i primi passi della carriera, perché erano meno dispendiose. Enzo Ferrari lo notò al Gran Premio di Monza, che lui disputò negli anni '30 con una Norton, dove aveva sperimentato degli elementi aerodinamici: come le carenature sui raggi delle ruote, un serbatoio a forma allungata e una posizione di guida altrettanto allungata.

Anche se dal punto di vista comunicativo era un uomo di altri tempi, da quello tecnico era all'avanguardia.
Sì, a quei tempi i piloti ingegneri non esistevano.

E con Enzo Ferrari che rapporto aveva?
Entrambi avevano personalità forti. A volte si contrastavano, ma in fondo si rispettavano. Un giorno Ferrari propose a mio padre una vettura per correre una gara all'estero, e lui rifiutò perché aveva un altro impegno. Di fronte alle proteste del Drake, sbottò battendo il pugno sul tavolo: «Questa gara non posso farla perché mi devo sposare!». Ferrari aveva soprannominato mia madre, che accompagnava papà in tutte le gare come navigatrice e cronometrista, «donna Isabella». E, alla fine dell'ultima Mille Miglia, non esitò a ricordargli la promessa che le aveva fatto.

Che promessa?
Che avrebbe smesso di correre quando avrebbe vinto la Mille Miglia. Aveva vinto Carrera Panamericana, Targa Florio, Giro di Sicilia, ma in tredici edizioni della Mille Miglia, per un motivo o per un altro, rotture o incidenti, non era mai riuscito a cogliere il successo assoluto. E quindi continuava imperterrito a inseguire questo sogno, tra la preoccupazione di mia madre che, per uno spavento, aveva già perso un bambino. E quando finalmente ci riuscì, nell'ultima edizione della storia di questa gara, mantenne la promessa.

Invece la Ferrari di quest'anno come la vedi? La macchina sembra competitiva, forse è Vettel che commette qualche errore di troppo?
Comunque lo considero un pilota di primissimo livello. Anche se la guida di oggi è super-tecnologica, bisogna comunque rischiare. Tra lui e Raikkonen, punto comunque su Vettel. E la Ferrari ha fatto dei grossi passi avanti già rispetto all'anno scorso. Non è un caso se nell'ultima gara sono scoppiate entrambe, perché secondo me le stanno pompando da morire. È bello rivedere la Rossa ancora competitiva.

È una squadra da Mondiale?
Secondo me sì. Poi vediamo cosa succederà a Monza, che è il cuore della Ferrari.

Lì dovrebbe arrivare anche l'annuncio dell'ingaggio di Leclerc per l'anno prossimo. Come valuti quella scelta?
L'ingresso dei giovani piloti è sempre un fatto positivo. Anche se oggi crescono nelle scuderie satellite e si affacciano già al mondo della Formula 1 con una preparazione incredibile. Il problema è che non sono più dei personaggi, come il povero Schumacher o Senna, non regalano più emozioni come persone, solo in pista. Difficile trovare chi fa le battute di Piquet, oggi c'è Raikkonen che non fa neanche un sorriso...

E invece i tempi sono maturi per rivedere una donna pilota in Formula 1?
No. Sia perché numericamente parlando sono poche, sia dal punto di vista fisico. Non è solo un discorso di talento, ma anche di forza, che per guidare quelle monoposto, a quelle temperature, a quelle velocità e con quelle forze centrifughe serve eccome. Siamo morfologicamente diversi. Negli ultimi cinque anni della mia carriera sportiva ho disputato anche dei rally raid, delle gare lunghe che duravano anche sei o sette ore, mettendo alla prova la resistenza che può avere anche una donna. Ma la Formula 1 non la vedo una disciplina adatta alle donne.