28 settembre 2020
Aggiornato 20:30
Coronavirus

Il virologo Palů: «Basta con l'allarmismo, oggi i contagi sono diventati meno gravi»

Il professor Giorgio Palů, virologo di fama internazionale, al DiariodelWeb.it, smonta l'allarmismo: «I positivi non sono malati, abbiamo imparato a trattare i casi gravi»

Il virologo Palů: «Basta con l'allarmismo, oggi i contagi sono diventati meno gravi»
Il virologo Palů: «Basta con l'allarmismo, oggi i contagi sono diventati meno gravi» ANSA

In questi giorni le prime pagine di tutti i giornali sono tornate a riempirsi con gli annunci quotidiani dell'aumento del numero dei contagi, che con toni catastrofistici ci viene raccontato come il più alto da maggio ad oggi. Ma quel che conta davvero, e che sui mezzi d'informazione generalisti non trova diritto di cittadinanza, è semmai l'informazione sulla gravità di questi contagi. Che si è ridotta molto, rispetto a quest'autunno, a dispetto di quanto affermano gli sciacalli. A mettere le cose in chiaro, ai microfoni del DiariodelWeb.it, è il virologo Giorgio Palù, ex presidente della Società europea di virologia e professore emerito all'università di Padova, dove è stato presidente della facoltà di Medicina.

Professor Giorgio Palù, c'è davvero una ragione dietro all'allarmismo della stampa e della televisione?
Io dico che stiamo assistendo, ormai da mesi, ad una specie di diario di guerra. Al posto dell'elenco dei morti in battaglia leggiamo quello dei positivi. Che poi non sono neanche malati.

Una precisazione doverosa.
Contagio non significa malattia, ma diffusione di casi d'infezione. Siamo arrivati al culmine nel mese di maggio e, se guardiamo bene, ora siamo ancora nella fase discendente della curva, anche se ha una serie di alti e bassi. Non è vero che si tratta di una seconda ondata: è sempre la stessa.

Quindi non è vero che i contagi sono in aumento: sono ancora in discesa?
Si paragonano i mille casi giornalieri attuali con quelli dello scorso maggio. Ma all'epoca i soggetti avevano un'età media di 65 anni, presentavano sintomi, e le rianimazioni erano affollate. Oggi i positivi sono trentenni, per oltre il 90% asintomatici o paucisintomatici, si tratta di casi di rientro dalle vacanze e i focolai sono limitati solo a determinate aree. Bisogna segnalare questa differenza.

Insomma, le notizie che riceviamo sono incomplete.
Non è corretto dare solo l'informazione sui contagi: bisogna anche dire come sono. Tanto che il sistema sanitario non è più così impegnato come lo era all'inizio della pandemia. Avevamo 5 mila letti impegnati in rianimazione in tutta Italia, oggi ne abbiamo tra i 50 e i 60. Perché non lo diciamo?

Lo chiedo a lei: perché non lo dicono molti suoi colleghi?
Non mi faccia parlare dei colleghi. Vedo alcuni che soffrono se non vengono intervistati e se non possono esprimere il loro catastrofismo. Devo citare i virgolettati? «Sarà come la Spagnola, con dieci milioni di infettati e un milione di morti in Italia». Tutti scenari che non si sono verificati. I contagiati sono 21-22 milioni nel mondo, con 850 mila morti. Sa quanti morti ha provocato l'influenza stagionale nel 2017?

Me lo dica.
Settecentomila.

Caspita.
Una notizia seria e scientifica va data in tutta la sua dimensione, dicendo le cose come stanno. Senza fare la guerra tra catastrofisti e negazionisti.

Questo vuol dire che non dobbiamo preoccuparci?
Al contrario, queste recrudescenze vanno valutate con molta attenzione. Tutti i virus respiratori sono stagionali, si moderano nel periodo estivo, quando non riescono ad infettare con grande carica, per via dell'aumento delle temperature e dei raggi ultravioletti. Ma più il virus circola oggi e più è destinato a circolare in futuro, in inverno. Bisogna predicare attenzione, certo, ma non spaventare! Ripeto, leggiamo quello che ci dicono i numeri.

E cosa ci dicono?
Che da gennaio a maggio sono morte 247 mila persone per Covid-19, contro le 340 mila per suicidio, i 4 milioni per fame, i 2 milioni per malattie cardiovascolari e i 3,5 milioni per cancro. Dico questo non per sottovalutare la portata della pandemia, ma per dare il giusto valore a quello che abbiamo sotto gli occhi. Le ricordo che l'Italia ha il triste primato mondiale della mortalità, il 13,6%, nonostante sia additata dai nostri politici come un esempio.

Come mai?
Per come è stata gestita l'emergenza, nelle sue fasi iniziali, dalla sanità pubblica. La Lombardia ha fatto un disastro: ha fatto transitare tutti i contagiati dal Pronto soccorso, ha ricoverato tutti, ha saturato le rianimazioni, non aveva abbastanza respiratori né mascherine. Si sono creati dei veri e propri focolai ospedalieri.

Ma ora che abbiamo compreso questi errori di gestione, non è logico aspettarsi che in autunno, anche in caso di aumento di contagi, non si ripresenterà più la stessa situazione?
Direi di sì. Perché abbiamo imparato a trattare i casi gravi, a non ricoverare tutti i pazienti ma a tenerli il più possibile in isolamento domiciliare, e a stare molto attenti agli immigrati clandestini, agli aeroporti, agli assembramenti. E, da settembre, anche alle scuole. Riguardo alle quali dovremmo imparare dal passato: le ricordo che un tempo in ogni istituto c'era un medico.

E le discoteche, invece, è stato giusto chiuderle?
Sì, finalmente. Hanno contribuito a disseminare il virus. Di sera, in un ambiente con aria condizionata, dove si affollano centinaia di persone a stretto contatto di gomito, si crea una situazione molto simile a quella invernale.

Ma, nell'ipotesi peggiore, si potrebbe ipotizzare addirittura un secondo lockdown a ottobre?
Assolutamente no. Sarebbe devastante per l'attività produttiva, che per fortuna si è arrestata solo in parte. Sarebbe la fine per le due generazioni che verranno dopo di noi. E poi dovremmo richiudere in nome di cosa? Di un'emergenza continua? Questo è un virus che ormai è diventato endemico: rendiamocene conto. Rimarrà con noi per anni, forse per generazioni, come sono rimasti tutti i virus pandemici finora. E dovremo imparare a conviverci. Abbiamo un nemico, ma sappiamo come affrontarlo.