13 agosto 2020
Aggiornato 16:30
L'intervista

La preside Ugolini: «Avremmo dovuto riaprire le scuole, non solo per gli esami»

Il punto sulla scuola italiana ai tempi del coronavirus, con Elena Ugolini, preside del liceo Malpighi di Bologna ed ex sottosegretario all'Istruzione, al DiariodelWeb.it

Aula scolastica
Aula scolastica ANSA

Questa settimana cominciano gli esami di Stato e di fronte all'opinione pubblica del Paese si ripropone finalmente il tema delle scuole. Chiuse il 5 marzo scorso e da allora apparentemente dimenticate, uscite dal radar dell'agenda del governo. Se si esclude i colloqui orali della maturità, i nostri ragazzi non rientreranno in aula prima del prossimo settembre, e anche allora non si sa in che condizioni: con le mascherine, il distanziamento, se non addirittura i plexiglas...

In questa situazione così assurda e confusionaria lunedì scorso, ultimo giorno di scuola, i sindacati hanno indetto sì uno sciopero di tutto il personale, ma per protestare a favore della stabilizzazione dei precari. A chiedere la riapertura il prima possibile, ma soprattutto il miglioramento della qualità dei docenti restano poche voci isolate. Tra le quali quella di Elena Ugolini, preside del liceo Malpighi di Bologna ed ex sottosegretario all'Istruzione, che noi del DiariodelWeb.it abbiamo raggiunto.

Professoressa Elena Ugolini, molti osservatori hanno sostenuto che il governo si stia disinteressando delle scuole. Anche dall'interno del mondo dell'istruzione si ha la stessa impressione?
Noi abbiamo l'impressione che, essendoci tanti problemi aperti e non sapendo come gestire la diffusione del virus, il governo abbia preferito la scelta più semplice: tenere chiuse le scuole. Che muovono otto milioni di studenti, con relative famiglie, e 1,2 milioni di dipendenti solo in quelle statali.

Si è rimandato il problema?
Più che altro si è scelto il male minore. Chiudere le scuole implicava una diminuzione drastica dei contatti, dell'uso dei trasporti pubblici, della mobilità. Questa decisione, all'inizio della pandemia, era certamente ragionevole. Ma, da dopo Pasqua, non si è considerato che nelle regioni del Sud il contagio era contenuto. A quel punto, che senso ha avuto non riaprire, almeno in quelle zone? Avremmo fatto del bene ai bambini delle famiglie più povere, culturalmente e materialmente, per le quali non poter frequentare le scuole è stato un vero disastro.

Insomma, sono stati commessi errori già durante la quarantena.
E anche oggi. Quello che mi manda fuori di testa è vedere protocolli così diversi tra loro. Ad esempio, per i colloqui orali degli esami di Stato si chiedono due metri di distanza, per i ristoranti un metro; per i centri estivi si impone il triage, per gli esami di Stato no. Non è segno d'intelligenza mantenere delle linee guida che si ritengono superate. Non abbiamo nemmeno potuto fare gli scrutini in presenza: ma è possibile che non si trovi un'aula dove ci sia posto per dodici persone in sicurezza? Non avrebbe avuto senso rivederci in presenza, dopo tre mesi, per ragionare sui ragazzi?

La convince il modo in cui la ministra Azzolina sta disegnando il ritorno a scuola a settembre?
Penso che alla fine si arriverà ad usare la ragione. Se permarrà il rischio di contagio, i ragazzi dovranno venire a scuola con la mascherina, con entrate e uscite differenziate e magari con ricreazioni diversificate. Questo si può fare tranquillamente. Ma il punto cruciale è la distanza di un metro: nel documento tecnico dell'Istituto superiore di sanità si parla di tenere conto anche degli spostamenti, ovvero quando un ragazzo si alza dal banco e passa vicino al compagno. A quel punto la distanza tra i banchi dovrebbe essere di almeno due metri e nessuna scuola potrebbe far rientrare le stesse classi in aula.

Bisognerebbe fare lezione negli stadi.
Eh, sì. Per questo motivo poi è venuta fuori l'ipotesi dei box in plexiglas, che fa morire dal ridere.

Almeno quello, pare che ce lo siamo risparmiato.
Certo. Spero che il ministero ci indichi gli accorgimenti da tenere, ma dando la possibilità ad ogni scuola di adattare le sue soluzioni organizzative, in base alla propria situazione.

Intanto, all'ultimo giorno di scuola, alcuni professori hanno scioperato per chiedere i concorsi per stabilizzare i precari. Ma è veramente questo il tema più pressante?
Non si ammette che il vero problema della scuola non è il numero dei docenti, ma la loro qualità. Ognuno di noi, pensando alla propria esperienza scolastica, si ricorda professori bravi e meno bravi. Poi è chiaro che in Italia c'è anche un problema di regolarità dei concorsi e di certezze sull'immissione dei giovani: ogni ministro, da Berlinguer in avanti, ha sempre cambiato le modalità di formazione e reclutamento.

Ma c'è anche un problema di meritocrazia. Per un certo sistema sindacale, che sostiene il dogma che i dipendenti pubblici sono tutti bravi a prescindere, la sua è una posizione quasi eversiva.
Assolutamente. Io sono fuori dal coro, ma le garantisco che c'è molta gente che la pensa come me.

E meno male...
Anche perché, secondo me, non c'è bisogno di licenziare. Basterebbe selezionare bene i docenti all'ingresso: questo lo vorrei scrivere a lettere cubitali davanti alla presidenza del Consiglio. Il contratto delle scuole statali prevede un anno di prova, e in un anno si vede se un professore è in grado di tenere una classe o meno. Peccato che, fino ad oggi, questo sia stato un adempimento meramente formale: al massimo il docente veniva rimandato di un anno, ma alla fine sono stati assunti tutti. E, nella nostra pubblica amministrazione, a chi è assunto a tempo indeterminato, a meno che non ammazzi un bambino in classe, il peggio che può capitare è di essere spostato da una scuola all'altra. Se non si prevede alcuno sbarramento, come si fa a garantire che nella scuola entrino solo le persone più preparate, capaci e appassionate?

Lei propone anche un contributo aggiuntivo per le scuole paritarie: bastano i 120 milioni annunciati nel decreto Rilancio?
Anche qui è una questione di prospettiva. Io ho quattro figli, quindi sono di parte. Ho sentito che il Family Act prevede un bonus per gli asili nido e le scuole dell'infanzia. Perché non prevederne uno anche per le famiglie che scelgono di mandare i propri figli nelle scuole paritarie? Questo permetterebbe una vera rivoluzione del sistema, perché le paritarie smetterebbero di essere riservate solo a chi può permettersi una retta. E questo migliorerebbe la qualità della scuola nel suo insieme, creando una concorrenza positiva. In tutti gli altri Paesi europei, a parte la Grecia, questa possibilità esiste.

Mercoledì cominciano gli esami di maturità. Il problema delle commissioni è risolto?
Si sta risolvendo. Anche perché è evidente che in questo momento la situazione dei contagi non è più la stessa di febbraio. Le garantisco che, per i ragazzi, poter venire a scuola a sostenere almeno il colloquio orale in presenza è molto importante. A me è dispiaciuto moltissimo non poter fare insieme anche l'ultima settimana di scuola. Non sarebbe stato poco: per un bambino anche solo un giorno in cui potersi vedere e ricapitolare cosa è accaduto in questi tre mesi sarebbe stato fondamentale.