15 dicembre 2018
Aggiornato 05:00

Dimenticate reddito di cittadinanza e taglio delle tasse: si va verso il governo dei sacrifici

Il «Governo Frankenstein» avrà come perno il Partito Democratico e i poteri forti sovranazionali. Il M5s va verso l'espulsione delle ali, a destra e a sinistra
Il candidato premier del M5s, Luigi Di Maio
Il candidato premier del M5s, Luigi Di Maio (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

ROMA - Il cuore della stabilità ideologica italiana, dell’immutabilità del sistema, è comprovato dall’alzata di spalle con cui i mercati finanziari hanno accolto l’esito elettorale, precipitosamente definito «dirompente» o «rivoluzionario». Gustavo Zagrebelsky, docente di diritto costituzionale, definisce il voto del 4 marzo «una rivolta».  E ovviamente auspica il governo tra "pentastellari" e democratici. Una rivolta, non violenta, senza dubbio c'è stata. Ma dalla nebbia, dalla polvere che si sta abbassando in queste ore, si puà già vedere un processo di normalizzazione in corso. Il collerico dio del Mercato non si è nemmeno svegliato.

Vince la destra? Facciamo come se nulla fosse
Messo nel cassetto dei ricordi il partito che ha avuto l’incremento percentuale maggiore, la Lega di Salvini – non si parla nemmeno più di governo di centrodestra, eppure l’alleanza Fi-Lega e FdI è maggioranza relativa – l’ossessiva battaglia mediatica batte sul governo Pd-M5s. Potrà non piacere un governo di destra, ma saltare a piè pari un esito elettorale così chiaro è un vulnus democratico senza precedenti. Se veramente si dovesse giungere a un governo Frankenstein privo dello schieramento vincente, sarebbe sconcertante e grave per tuti coloro che pensano ancora, pochi, che recarsi al seggio abbia il minimo valore. Anche perché, fino a pochi nanosecondi prima dello spoglio dei voti, l’accoppiata che ora tutti vogliono al governo - Pd-M5s - era diametralmente divisa non già da una sana rivalità ideologica, ma dall’odio e dal rancore. Anni di insulti, di offese, di accuse gravissime, possono essere messe nel cassetto dei ricordi da un giorno all’altro? Che senso ha?

Parola d'ordine: riforme (lo dice l'Ue)
Il paese, sfiancato da otto anni di austerità – taglio degli investimenti pubblici, taglio della sanità, svalutazione del costo del lavoro, tassazione fuori controllo – è spaccato a metà. Il nord vuole meno tasse sul lavoro, e sui profitti, il sud chiede reddito di cittadinanza: che poi si tratta di un sussidio di disoccupazione. Se la crisi dovesse collassare, a seguito di ulteriore austerità e tassazione, potrebbe perfino essere compromessa le tenuta fisico-geografica dell'Italia. Da un punto di vista economico il binomio reddito cittadinanza/taglio delle tasse vale almeno trenta miliardi di euro, diciassette solo per il primo. Senza dimenticare che la regressione salariale al nord è realtà da molti anni, si pensi al caso Torino e alla sua perdurante crisi post industriale. Dettagli di cui prima o poi qualcuno dovrà parlare: la progressiva slovacchizzazione dei territori dove il lavoro, seppur tra mille difficoltà, resiste. Come noto, le risorse necessarie sono insufficienti o totalmente assenti. La Commissione Europea, nonché Mario Draghi, hanno già detto che il prossimo governo, qualunque sia, dovrà tagliare il debito e portare avanti le riforme. Ordini superiori, non si discute. Traduzione: nessun reddito di cittadinanza/sussidio di disoccupazione e più tasse, in particolare sul patrimonio. Sullo sfondo rimane la minaccia, eterna, della speculazione internazionale sul debito pubblico.

Paralisi democratica
Cosa potrebbe fare quindi un eventuale governo M5s-Pd, relativamente alla cosiddetta «rivolta» di cui parla Gustavo Zagrebelsky? Nulla. Entrambi chiusi dentro un ricatto reciproco, si costruirebbe una politica connotata dalla tentazione di distruzione reciproca: quello che si chiama equilibrio del terrore. Come noto, dal punto di vista matematico, tale equilibrio pregiudica ogni tentativo di fuga in avanti. Cosa vuol dire? Chiudere l’azione politica in due fasi: il tempo dei sacrifici, il tempo del riscatto, spostato in un lontano e ipotetico futuro. E questo ovviamente riguarda il M5s e non il Partito Democratico, che dell’austerità è fiero sostenitore.

Il tempo dei sacrifici
Sotto la minaccia della minoranza di governo, e della speculazione, al M5s non rimarrebbe che portare avanti la stessa cultura dei suoi «odiati» – ma si potrebbe scrivere anche senza virgolette – predecessori. Quindi, continuerebbe il tempo delle privatizzazioni selvagge, delle svendite, dei tagli e delle tasse in particolare sulla casa: come da richiesta Ue. Ovviamente tutto corroborato da un retorica dell’emergenza: «Siamo al governo, e abbiamo trovato un paese distrutto: non possiamo fare altro che una politica lacrime e sangue». Ma non useranno questa formula gli storytellers, nuova versione anglofona degli azzeccagarbugli di manzoniana memoria, inventeranno qualcosa di altro. Si lasci ogni speranza quindi per redditi di cittadinanza vari e altre proposte di rottura. Quelle verranno dopo il doveroso – «purtroppo non si può fare diversamente» – risanamento dei conti pubblici.

Via gli estremisti, sempre più vicini al Sistema
Il M5s, che da sempre vive sostenendo di essere vessato dai media – cosa per altro vera – diverrà in breve tempo un eroe dei mezzi di comunicazione di massa: processo tra l'altro già in corso. L’uscita di Scalfari, nonché lo scambio epistolare Di Maio-Repubblica, va in queste direzione. Ovviamente il M5s potrà sostenere di non essere incoerente con il suo programma politico, dato che in esso è scritto chiaramente che il taglio del debito pubblico dovrà raggiungere il 40%. E’ la fase dei scrifici? Si salvi chi può. In tale contesto vengono tagliate le ali estreme, a destra e a sinistra, del M5s: contrari al Tav, novax, sovranisti, anti euro, anti ius soli, nazionalisti etc. Il brodo primordiale che diede vita la M5s, incardinato su un generale ma disordinato rifiuto del sistema, subirà un veloce processo di espulsione. Torino, dove il M5s governa da due anni, è ampiamente testimone di questa dinamica: lunedì prossimo il Partito Democratico presenterà una mozione – legittima e coerente con il loro passato e il loro programma – inerente l’organizzazione dei Giochi Olimpici del 2026, di cui vi abbiamo già parlato su queste pagine. Il M5s, contrariamente alla sua cultura originaria, voterà a favore. Sul piano nazionale il principio è lo stesso.