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Il salario minimo del futuro ce lo darà Facebook (e quelli come lui)

Come? Grazie ai dati che ogni giorno noi gli affidiamo quando svolgiamo le nostre banali operazioni sui social network e che per lui (e per la sua azienda, ndr.) costituiscono la vera linfa vitale

Il salario minimo del futuro ce lo darà Facebook (e quelli come lui)
Il salario minimo del futuro ce lo darà Facebook (e quelli come lui) (ANSA)

ROMA - La lotta uomo-macchina esiste da tempo e noi umani, delle macchine, abbiamo avuto sempre un po’ paura. Pur avendo fatto di tutto per renderle sempre più simili a noi, più indipendenti, in grado di svolgere le stesse mansioni che noi svolgiamo abitualmente. Per poi temere che ci sostituissero, soprattutto nel lavoro. L’equazione uomo-macchina-lavoro si ripete a cadenza costante da centinaia di anni, laddove l’evoluzione dell’uomo si esprime in un’evoluzione della macchina e viceversa, seppur in tempi diversi. Un interessante articolo di Quartz mette in luce come già nel 1850 un gruppo di sartori di New York si rivoltò contro il proprio datore di lavoro a causa dell’uso sempre più massiccio di macchine da cucire, salvo poi porre l’accento sul fatto che - anche all’epoca - tale problema poteva essere sopperito attraverso lo studio, da parte dei sartori e delle cucitrici, di mansioni più alte e qualificate. Insomma, migliori delle macchine. Oggi è più o meno lo stesso, solo che al posto della macchine da cucire ci sono i robot e l'intelligenza artificiale.

Il reddito base
Secondo l’ultimo studio del National Bureau of Economic Research, per ogni nuovo robot, si perderebbero dai 3 ai 6 posti lavoro e, per ogni 1000 lavoratori, i salari relativi scenderebbero tra i 0,25 e 0,5%. Sono queste le cifre che spingono sempre più a pensare, come possibile soluzione, a un salario minimo, di base, che possa garantire la sopravvivenza di chi, inevitabilmente, sarà travolto dalla rivoluzione industriale e dall’automazione. A prenderlo in considerazione è la stessa Unione Europea, in questi mesi al lavoro su una possibile legge per regolamento l’uso dei robot. Ma l’Unione Europea non sarebbe la sola a pensare a questa soluzione. All’orizzonte, infatti, spunta l’ipotesi che proprio Mark Zuckerberg possa, in futuro, farsi promotore e realizzatore di un fondo per garantire il reddito base.

Guadagnare attraverso i Big Data
Come? Grazie ai dati che ogni giorno noi gli affidiamo quando svolgiamo le nostre banali operazioni sui social network e che per lui (e per la sua azienda, ndr.) costituiscono la vera linfa vitale per la sopravvivenza dell’intera impalcatura. I dati, rappresentano la benzina per i tutti i colossi tecnologici di questo secolo. Grazie ai dati, ricavati dalle azioni che compiamo noi utenti sul web, le aziende possono costruire delle vere e proprie campagne di marketing per vendere i loro prodotti. In poche parole, i nostri dati fanno guadagnare le aziende. In questo senso noi potremmo essere pagati per offrire questi dati.

Il diritto di proprietà sui dati
Ne avevamo già parlato diversi mesi fa in questo articolo con Alessandro Sisti (Marketing Futurist & Docente Universitario Luiss Business School, Iulm, Università Cattolica, Sole24ore). Di fatto, se viene riconosciuto il diritto di proprietà sui propri dati, allora va da sé che il consumatore deve diventare parte integrante della negoziazione di compravendita e, quindi, in parole povere, avere diritto a un compenso. Siccome non siamo esattamente al corrente di ciò che le aziende sanno di noi, l’articolo 20.1 del nuovo Regolamento Generale per la protezione dei dati personali (GDPR) crea un nuovo diritto per gli interessati del trattamento, il c.d «diritto alla portabilità dei dati» che consente ai consumatori di ricevere i loro dati personali, forniti ad un titolare del trattamento, in modo strutturato, comunemente usato e leggibile da un elaboratore (quindi assolutamente non in formato cartaceo). Ma qual è il suo prezzo? E, soprattutto, come viene stabilito? «Il prezzo dei dati è stabilito dal costante confronto tra domanda (delle aziende) e offerta da parte delle aziende globali digitali - spiega Alessandro -. I dati, che costituiscono il fondamento di ogni decisione di acquisto degli spazi pubblicitari, ricevono una quota dell’investimento complessivo pubblicitario. I banner ed i video che vediamo su un sito durante la nostra navigazione, sono infatti negoziati dagli inserzionisti con piattaforme di trading automatizzate, il c.d Programmatic Advertising, con meccanismi ad asta in tempo reale».

Il fondo di Facebook
Ed è proprio sulla base di queste considerazioni che Zuckerberg (ma lo stesso vale, ad esempio per Jeff Bezos) potrebbe mettere in piedi un fondo permanente che serva a sperimentare questa idea di reddito base universale e quindi contribuire a risolvere i problemi della nostra epoca, laddove si parla di milioni di posti di lavoro persi a causa dell’automazione. Soprattutto alla luce del fatto che le finalità di Zuckerberg, come da lui stesso affermato più volte, non si limiterebbero alla semplice fondazione di un’azienda. E l’aspetto filantropico assolverebbe alla perfezione, in effetti.