18 agosto 2018
Aggiornato 08:30

Il giorno di Trump e Kim: l'incontro-spettacolo che farà la storia (almeno per i media)

Quello del 12 giugno è il primo incontro tra un presidente americano in carica e un leader nordcoreano. Ma cosa cambierà davvero?
Il leader nordcoreano Kim Jong-un con due suoi ministri a Singapore si fa un selfie aspettando Donald Trump
Il leader nordcoreano Kim Jong-un con due suoi ministri a Singapore si fa un selfie aspettando Donald Trump (EPA/VIVIAN BALAKRISHNAN / SINGAPORE FOREIGN MINISTRY)

SINGAPORE - Questa mattina i negoziatori nordcoreani e statunitensi si sono incontrati a Singapore per i preparativi finali in vista dello storico summit di domani tra il presidente Usa Donald Trump e il leader di Pyongyang Kim Jong Un, in un tentativo di superare le differenze tra le parti prima dell’incontro. Quello di domani sarà il primo tra un presidente americano in carica e un leader nordcoreano. Si tratta di un evento storico, uno spettacolare cambiamento di marcia dopo anni di retorica dura tra le due parti, con Trump che aveva promesso «fuoco e rabbia» sulla Corea del Nord e Kim che aveva bollato come «un rimbambito statunitense mentalmente squilibrato». Gli Usa chiedono una denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile della Corea del Nord prima di concedere qualcosa sul fronte delle sanzioni, mentre Pyongyang chiede garanzie di sicurezza e la fine della «politica ostile» nei suoi confronti. Non è chiaro quanto intenda spingersi sul fronte della denuclearizzazione, di certo vuole che i suoi passi siano accompagnati da paragonabili concessioni dall’altra parte. «Noi restiamo vincolati a una completa, verificabile, irreversibile denuclearizzazione della penisola coreana», ha detto il segretario di stato Usa Mike Pompeo in un tweet. La Corea del Nord ha richiesto questo incontro per anni, ma gli analisti temono che possa trattarsi più di uno spettacolo per i media che di un vertice con conseguenze durature.

Per Abe comunque non un grande successo
Una grande incognita è anche il ruolo del Giappone di Shinzo Abe, per cui, comunque vada, il summit rischia di non essere un gran successo. Sebbene un’eventuale denuclearizzazione «completa, verificabile e irreversibile» della penisola coreana sia anche nell’interesse del vicino Giappone, tuttavia a Tokyo nessuno crede davvero che Kim rinuncerà alla deterrenza nucleare, che considera una vera assicurazione sulla sua vita e su quella del regime. E, comunque, un eventuale stop al nucleare sarebbe un processo lungo. Abe è stato ai margini del processo di disgelo che ha portato a mettere in cantiere il summit che si terrà domani a Singapore. E, mentre una situazione tesa con la Corea del Nord, può essere un incentivo per il progetto del premier nipponico di allentare i vincoli costituzionali che non consentono al Giappone di porsi come attore militare nella scena dell’Asia orientale, un disgelo va in senso contrario. Paradossalmente i missili intercontinentali che hanno sorvolato il Giappone l’estate dell’anno scorso, facendo scattare un inedito allarme in diverse aree del paese, hanno fatto il gioco del capo del governo nipponico. Come la fine di quel pericolo, in una fase di estrema debolezza di Abe a causa di una serie di scandali interni che hanno lambito la sua figura, potrebbe rendere più difficili le sue riforme.

Tokyo un estraneo?
Tutti gli attori regionali – in primis la Corea del Sud, ma poi anche la Cina – hanno dato un contribuito fattivo alla costruzione delle condizioni per lo storico summit di domani. E tutti loro vedono Tokyo come un estraneo. Abe ha anche chiesto a Kim un vertice, ma al momento tutto appare fermo. Per questo motivo, il premier nipponico ha puntato tutto sul suo rapporto personale con Trump, attraverso quella diplomazia del golf che l’ha portato a recarsi due volte a Mar-a-Lago e altre volte negli Usa, oltre che ha scambiare con l’inquilinio della Casa bianca decine di telefonate. Ma per chiedere cosa? Abe ha puntato molto sulla possibilità di ottenere la restituzione dei rapiti negli anni ’70 e ’80 da agenti nordcoreani o, quantomeno, notizie certe sulla loro sorte. Si tratta di un tema spinoso, che ha una fortissima risonanza nel’opinione pubblica nipponica e sul quale il leader conservatore ha puntato molto nella sua carriera. Che Trump nel summit di domani possa porre il tema ci sta. Ma che questo possa condizionare in maniera decisiva è ben altra questione. Il leader americano ha fatto capire più volte che, al momento di scegliere, fa da solo e si fa poco condizionare anche da quelli che sono considerati alleati storici. Come dimostra il G7 appena terminato in Canada.

Rapporti Usa-Giappone a rischio?
Attorno al summit di domani si è creata un’attesa da evento storico, che potrebbe contribuire a un accordo. Per Tokyo è importante capire quale accordo. La denuclearizzazione è un processo lungo, che potrebbe durare molti anni. Un tema cruciale, quindi, potrebbe essere quello dei missili. Se Trump dovesse mettersi d’accordo con Kim per un disarmo dei missili intercontinentali, quelli capaci di colpire l’America, alla fine lascerebbe il Giappone in ostaggio. Yoichi Funabashi, presidente di Asia-Pacific Intiative, in un’opinione pubblicata oggi sul New York Times, paventa inoltre un altro esito che potrebbe avere esiti negativi per Tokyo: una concessione sul fronte della presenza di soldati Usa in Corea del Sud e una fine o ridimensionamento delle esercitazioni militari americane. Questo potrebbe rinfocolare l’antica intenzione di Trump di abbassare la presenza in Asia orientale, con un minore impegno alla difesa del Giappone. Sempre secondo Funabashi, l’altro rischio riguarda la strategia cinese, che a suo dire è quella di rallentare la denuclearizzazione per indebolire l’alleanza tra Usa e Corea del Sud, marginalizzando il Giappone e rompendo l’alleanza a tre rafforzando la sua spinta egemonica. All’opposto, un fallimento del summit potrebbe anticipare una calata all’inferno per l’intera regione, con conseguenze imprevedibili per il Giappone, che è il paese storicamente e georgraficamente più esposto a eventuali azioni di forza nordcoreane.