20 ottobre 2018
Aggiornato 04:30

I dazi di Trump, un'occasione per riportare l'industria in Italia (Torino con la Fiat lo sa bene)

Il presidente Usa chiude la globalizzazione economica, un mostro che ha portato a modello la schiavitù cinese
Il presidente Usa Donald Trump circondato da un gruppo di operai mentre firma l'approvazione dei dazi sull'acciaio
Il presidente Usa Donald Trump circondato da un gruppo di operai mentre firma l'approvazione dei dazi sull'acciaio (ANSA)

WASHINGTON - Guardiamo questa foto: l’uomo più potente del mondo circondato da operai, dagli sconfitti, da coloro che l’ascensore sociale lo hanno usato per scendere all’inferno. Questa foto rappresenta la fine, il chiodo piantato nella bara di un cadavere, il cadavere della globalizzazione economica, faro ideologico della sinistra post comunista che ha volutamente, e pelosamente, consuso l'internazionalismo con il globalismo. La sinistra dei mostri: Blair, Clinton, Schroeder, Obama, Prodi, Renzi, Hollande, che hanno venduto la dignità del lavoro al mercato. Uomini in tuta da lavoro, volti e mani tipicamente operai, tipicamente statunitensi, che sorridono nel momento in cui Donald Trump vara il più vasto programma di protezione economica degli ultimi sessant'anni. Un miliardario, che in molti definiscono pazzo, che fa finalmente qualcosa per i lavoratori del suo paese, e in prospettiva per gli schiavi di tutto il mondo. La reazione sgangherata in arrivo dall’Europa, le minacce senza senso, la cecità del governo italiano, tutto ciò lascia basiti: molto più comprensibili le parole cinesi del nuovo Mao Ze Dong, il "presidente per sempre" Xi Jin Ping, che ha paventato una guerra commerciale. Totalmente privo di senso il terrorismo italiano per le sorti dell’industria pesante. Il presidente Trump ha utilizzato un aggettivo, circondato dagli operai, che una volta era il faro della sinistra: l’economia deve essere «equa», ha detto. La sinistra globale, invece, parla solo ed esclusivamete di "mercato e concorrenza": terribile.

L'Italia e l'acciaio
Torino, oggi. Il quadrato di Mirafiori è un deserto. Fino ai primi degli anni Novanta qui lavoravano sessantamila operai. Dopo il grande cambiamento si è progressivamente scesi fino dodicimila unità, buona parte dei quali in cassa integrazione da quasi un decennio. Solo la scorsa settimana le istituzioni locali hanno, per l’ennesima volta, convenuto che vi saranno sovvenzioni pubbliche – la Fiat nel corso della sua storia è stata comprata sei volte dallo Stato – purché un minimo di produzione rimanga. I dazi imposti da Trump all’importazione di acciaio sono un’occasione storica per rilanciare l’industria pesante italiana, attraverso la produzione e il consumo interno. Abbiamo la capacità, la cultura, la logistica, i siti produttivi: tutto è abbandonato. Abbiamo fior di politecnici, scuole tecniche, perfino le scuole salesiane sono un'eccellenza: il capitale umano lasciato ad essiccare come un prato che non riceve più pioggia. Perché, come dimostra Torino, un paese – o una città – senza la produzione del settore primario crolla, impoverisce, e non è nemmeno più una comunità. L’esperimento, il passaggio dal primario al terziario avanzato, al massimo evita che la società collassi, ma non fa crescere. La produzione industriale automobilistica, quella principalmente legata all’acciaio, è stata delocalizzata. I dazi statunitensi rappresentano la possibilità unica di riportare in Italia quella produzione. E' da dire chiaramente: chi crede che il lavoro sia ancora lo strumento su cui si fondano le comunità è favorevole ai dazi in entrata. Perché da sempre, da sempre, la tassazione è uno strumento redistributivo. Checché ne dica la sinistra post ideologica. La dicitura "guerra commericiale" è quindi puro terrorismo linguistico.

La Cina oggi
Forse non è chiaro cosa sta succedendo in Cina. Forse non è chiaro che laggiù vive una forma di comunismo di guerra, teorizzato dal Lev Trotskj in «Comunismo e terrorismo». Volume, potentissimo, scritto durante la guerra civile dei primi anni Venti, in cui il capo dell’Armata Rossa teorizzava il regime del lavoro combattente e obbligatorio per tutti. Ignoto ai più, è la base del pensiero cinese odierno. Unito alla filosofia marxiana del mercato – Marx non ha mai criticato il mercato, se non in poche righe e con termini molto poco perentori – ecco spiegata la supremazia cinese globale. Un regime dittatoriale, che impone la schiavitù semi salariata, al fine di imporre la Cina quale leader globale nel mercato e non solo. Un paese  privo di sindacati, privo di una politica ambientale, privo di diritti civili, che ha appena deciso di tornare alla monarchia assoluta in salsa maoista. L’economia può essere «equa» in un contesto simile? No. La globalizzazione ha allargato al mondo intero la visione «comunista» cinese – il comunismo dovrebbe essere ben altro, anzi è ben altro - , fondata sul principio che gli esseri umani sono mezzi, strumenti per la supremazia ideologica. Un operaio statunitense, ora, è un po’ meno in concorrenza con uno schiavo cinese. Un operaio statunitense, ora, è po’ meno sfruttato. Un operaio statunitense, ora, può pensare di comprarsi qualcosa in più e quindi può far crescere la domanda interna aggregata.

La Germania
La terribile reazione tedesca ai dazi imposti da Trump di Angela Merkel - che ormai parla a nome dell’Europa intera senza tentare nemmeno di dissumulare la sua avversione al confronto - lascia senza parole. E’ sempre più chiaro che viviamo in un regime tedesco, in cui l’unico interesse possibile è quello delle élites della Germania. La solita reazione scomposta, le solite insulse accuse di «voler tornare al passato». Bruxelles è perentoria: "Se si avverasse il peggior scenario possibile siamo pronti a portare gli Usa al Wto", ha detto il vicepresidente della Commissione europea, Jyrki Katainen. La Cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha espresso "preoccupazione", bollando i dazi come "svantaggiosi per tutti». Per questo - ha detto - la Germania "sostiene l'Ue nella ricerca del dialogo con gli Usa, ma anche con Paesi colpiti" dalle conseguenze, "come la Cina». Perché, ha avvertito, "nessuno può vincere fino in fondo». La Confindustria tedesca Bdi guida il fronte interno contro la decisione del presidente americano: "È un affronto".

La risposta di Trump
Trump ha già risposto, giustamente, alzando la posta: minacciando dazi sulle importazioni delle auto di lusso tedesche. E quindi minacciando anche l’Italia. Chi accusa questa politica di «nazionalismo», spacciandolo come un parente reietto dell’estremismo di destra, vende retorica, e dimentica cosa era l’Italia del dopoguerra: un paese che difendeva produttori, imprenditori e operai, affinché questi avessero capacità d’acquisto. La logica contraria, secondo cui l’unica cosa che conta è il prezzo d’acquisto di un prodotto, quindi l’economia fondata sul principio dell’offerta a prezzi stracciati, sta trascinando tutti, volutamente, nella spirale del consumismo deflattvo. Un mostro che distrugge l’economia, la società – tutti contro tutti – e l’ambiente.

La fine della globalizzazione
E’ la fine della globalizzazione? Dipende da quanto resisterà il presidente Usa. Assediato da mille scandali, l’uomo rappresenta la peggior minaccia per l’élite mondiale che da trenta anni sta portando avanti un piano ben calibrato di abbattimento della dignità umana. I vertici del suo partito lo odiano, così come i grandi uomini d’affari delle mega multinazionali, gli unici che dalla globalizzazione hanno ricavato immensi profitti. Il dato secondo cui oltre un miliardo di persone negli ultimi trenta anni sarebbe uscito dalla povertà è aleatorio, fondato sul principio della statistica del pollo, perché non tiene conto della dilagante povertà occidentale.