10 dicembre 2018
Aggiornato 09:00

Trumpeconomics, ovvero i dazi per salvare il lavoro? In Italia ne parla solo Salvini

Dopo la riforma fiscale a favore dei ricchi, Trump redistribuisce quel denaro a favore dei lavoratori imponendo pesanti dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio
Il presidente Usa Donald Trump e il leader della Lega Matteo Salvini
Il presidente Usa Donald Trump e il leader della Lega Matteo Salvini (EPA/Ron Sachs / POOL - ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)

WASHINGTON - Un fantasma si aggira per il mondo: i dazi di Donald Trump. Promessi durante la campagna elettorale, accolti dagli avversari politici democratici con risate e sprezzo, messi in pratica ancor prima di passare la boa di metà mandato presidenziale. La presidenza di Donald Trump assomiglia sempre più al grande film «L’aereo più pazzo del mondo», celebre pellicola surreale degli anni Ottanta, con il grande attore comico Leslie Nielsen. Eppure lo sta facendo. Quest’uomo considerarto dai più rozzo, incolto, senza un chiaro pensiero politico, sta portando avanti da solo una battaglia campale contro l’unica elegge universale del mondo: quella del libero commercio tra stati. Formula omerica che da circa trenta anni conclude il più vasto saccheggio della classe media mai esistito, la fine del lavoro manifatturiero in occidente, la trasformazione del mondo in una giungla dove si lotta per sopravvivere, e per molti aspetti la fine della democrazia rappresentativa. Ciò che sta facendo Trump dovrebbe essere il faro della sinistra mondiale, che però ama rimanere ad occhi chiusi di fronte alla catastrofe, conclamata, della globalizzazione del commercio. Perché? Al termine di questo articolo proviamo a dare una spiegazione culturale di questo fenomeno: in alternativa ci sarebbe la psichiatria.

Abbandonato dai suoi, rimangono gli operai
Gary Cohn, ex numero due di Goldman Sachs e da sempre a favore del libero mercato, si è opposto alla decisione di Trump di firmare dazi doganali sull’acciaio e sull’alluminio, ed ha lasciato il suo incarico di principale consigliere economico del presidente americano. L’addio di Cohn è un chiaro segnale che Trump non ha alcuna intenzione di cambiare la sua decisione sui dazi doganali, come più volte ha ribadito in questi giorni. Nelle prossime ore il presidente Usa annuncerà nuovi costi in ingresso sull’alluminio (10%) e sull’acciaio (25%). «Un Paese incapace di produrre acciaio e alluminio quasi non è un Paese», ha sentenziato il presidente Usa. 

La condanna senza appello dell'Ue
Dall’Unione Europea giunge la condanna senza appello: «Condanniamo con forza questa misura, che appare come uno sfacciato intervento per proteggere l’industra nazionale americana e non è basata su nessuna giustificazione di sicurezza nazionale». L’abbandono di Cohn testimonia quanto sia solitaria la politica di Trump sui dazi nel suo paese. Ha praticamente tutti contro: dal suo partito ai democratici, passando per la finanza. Con lui solo la working class arrabbiata, che per altro non verrà minimamente toccata dal mega taglio fiscale da poco approvato. Taglio che favorisce, spudoratamente anche in questo caso, i mega miliardari. La Trumpeconomics è un ircocervo quindi, qualcosa che non si era mia visto prima: politica fiscale a favore dei ricchi, dazi e protezionismo a favore dei lavoratori che si dibattono tra lavoretti, bassi salari e disoccupazione. Tradotto in parole povere: Trump abbassa le tasse ai miliardari ma li obbliga a produrre negli Usa. Questo significa che attraverso il meccanismo del salario – un operaio statunitense ha un paga in ogni caso quadrupla rispetto a un operaio asiatico, senza parlare della schiavitù o del lavoro combattente presente in Cina - redistribuisce gli utili. O quanto meno ci prova. Per questa ragione i conservatori del suo partito, così come i finanzieri democratici, vedono questa politica come una insopportabile minaccia ai loro interessi. E lo abbandonano. 

E in Italia?
I lavoratori del nostro paese hanno lo stesso problema di quelli statunitensi. La vicenda Embraco è paradigmatica di un modello che sta scardinando non solo l’industria nazionale – "nazionale" non è un parolaccia, è una constatazione della realtà – ma l’intero assetto democratico e civile. La sparata del ministro Calenda, che si scopre anti liberista e dalla parte degli operai solo poche settimane prima del voto – mette in luce ciò che nessuno vuole raccontare. La globalizzazione economica fondata sul libero commercio ha al suo interno il cuore duro della svalutazione del costo del lavoro. Anche perché, come noto, l'euro impedisce svalutazioni competitive. Calenda sa perfettamente che la Whirpool non sposta la produzione in Slovacchia perché il governo locale gli regala il capannone o qualche altro aiuto. La Whirpool sposta la produzione in Slovacchia perché là gli operai vengono pagati un terzo. E soprattutto non esiste alcun dazio europeo, e ovviamente italiano, che possa fungere da meccanismo compensativo. Il lavoro se ne va, punto. Calenda quindi, anziché sbraitare retoricamente contro la Slovacchia – gesto retorico e ridicolo, anche l’Italia dà aiuti di stato a pioggia alle multinazionali - doveva fare un passo nella direzione dei dazi sulle importazioni. Cosa che si guarda bene di fare.

Solo Salvini, che infatti vince, ipotizza dazi a protezione del made in Italy
Lo scorso 18 dicembre Matteo Salvini ha affrontato il tema, ormai abbandonato dalla sinistra - per non parlare del M5s che al posto del lavoro vuole dare il reddito di cittadinanza, ignorando l’architrave Costituzionale - alla destra: «Se gli italiani mi sceglieranno come presidente farò come Trump: pur di difendere i lavoratori e gli imprenditori italiani, sono pronto a mettere dei dazi a protezione del Made in Italy. Vuoi licenziare in Italia, produrre sottocosto all’estero e rivendere in Italia? Allora paghi il 50% di tasse in più». Per chi proviene dalla sinistra dover constatare che tale misura non è patrimonio di coloro che un tempo furono il partito della classe operaia è umiliante. Ma forse oggi alla sinistra piace confondere l’internazionalismo ottocentesco con la globalizzazione: due fenomeni opposti. Con cui però la sinistra riformatirce di Blair, Clinton, Prodi, Schultz, D'Alema, Renzi e compagnia cantante ha giocato con chiari interessi personali. Ovviamente la Lega ha fatto incetta di voto operaio: e ci si domanda anche perché. Tutto il restante parterre politico italiano il problema della concorrenzialità tra «eserciti di riserva" neanche se lo pone, compreso il M5s che appare sempre più come l'ennesima incarnazione del sistema gattopardesco italiano.